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Standing ovation al Teatro Impavidi per "Il Gentile", con l'auspicio che diventi anche un film (foto) In evidenza

Lo spettacolo di Emanuela Messina è stato una grande sorpresa.

Lo spettacolo teatrale "Il Gentile", proposto dalla Compagnia Teatrale Essenza di Lerici dalla penna della scrittrice Emanuela Messina, è stato tutta una sorpresa.

Un lampo e un tuono squarciano il silenzio, e lui si racconta. L'eminente neurochirurgo e psichiatra Giordano Goldoni racconta come è cambiata la sua vita dalla scoperta del tumore; e non c'è che dire, questo personaggio è l'antitesi della banalità: per metà nobile e per metà ebreo nasce nella mitteleuropa e, con l'avvento del secondo conflitto mondiale, è costretto a scegliere un altro paese per vivere. Il padre sceglie l'Italia "perché non entrerà mai in guerra", ma, subito sconfessato, verrà deportato ad Auschwitz. Giordano racconta della sua famiglia affatto banale e della sua propensione per la medicina, invece che per il diventare rabbino, come la madre avrebbe voluto. Ma l'esperienza dell'antisemitismo lo segnerà per sempre e gli farà scegliere di non crescere sua figlia come ebrea, bensì come "gentile" perché l'antisemitismo non finirà mai.

Ecco il nucleo fondante di quest'opera che, in modo del tutto ironico, definisce "gentile" il protagonista, che invece è ebreo fino al midollo: sotto il profilo intellettuale, nel suo modo di vivere, nel suo modo rapporto con Dio, nella sua visione disincantata del mondo. Giordano potrebbe essere un sociopatico come Hannibal, ma lui fa del bene "per il bene". Il concetto di bene assoluto è raro da trovarsi in letteratura, ma in questa accezione deriva dai valori massonici e riporta direttamente alla figura del Demiurgo di Platone. Qualcuno deve pur elevarsi dalla massa e fare qualcosa di più "alto", malgrado le circostanze. E, in virtù di questa "missione" umanitaria, Giordano incontra Eleonora, giovane dottoressa che resta soggiogata dal suo fascino, e che diviene come "creta nelle sue mani".

I monologhi si alternano seguendo la stessa struttura del libro Hatakikomi di Emanuela Messina da cui è tratto il soggetto. Lui e lei parlano della stessa cosa, ma in modo completamente diverso. Siamo alle solite: Venere e Marte sono due pianeti distanti, destinati a non incontrarsi mai. Lo vediamo nell'unica scena in cui Giordano ed Eleonora interagiscono, sulle note di "Pork pie hat" di un indimenticabile Charles Mingus. La scena parte con una grande carica sensuale, ma viene abortita dalla situazione paradossale. Lui è spietatamente lucido e intravede la sua fine; non vorrebbe che la sua morte travolgesse lei come un treno in corsa e si prepara alla sua uscita definitiva di scena cercando di farsi odiare.

Ma la vera sorpresa sono le clips che Messina ha girato in una Lerici quasi autunnale che riflette lo stato d'animo degli amanti. Ogni clip offre allo spettatore le immagini di quanto narrato, e quelle immagini hanno il profumo del miglior jazz mai ascoltato. Si succedono la tromba di Miles in Blue green, la voce vellutata di Mc Rae in I fall in love too easily, quella di Shirley Horn con quei due accordi iniziali che sono il connubio perfetto di amore/morte di Close enough for love durante due riprese soggettive che rappresentano il sesso (senza il sesso, ovviamente) come una "piccola morte", poi l'aria "La regina della notte" dal Flauto Magico mozartiano, con immagini di logge massoniche, della Legion Etrangère e di un cammello che rumina; il tutto finisce con un canto popolare ebraico usato in sinagoga il giorno dello Yom Kippur, Yafutzu; con questo Messina sembra dirci: tutta la vita è espiazione. Proprio quando trovi l'amore e ti senti più vivo che mai, un Dio crudele ti costringe a lasciare la vita.

Bravi gli attori in una parte tutt'altro che facile da interpretare.

Se questa storia arrivasse al grande schermo potrebbe davvero diventare un fenomeno cinematografico.

 

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