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Il ricordo di Carlo Lupi nelle parole del cardinale Bagnasco

Ad un anno dalla scomparsa.


"L’alleato migliore del Vangelo non sono le nostre organizzazioni, risorse, neppure il numero dei nostri sacerdoti: tutto quanto è prezioso, ma non è essenziale. Il miglior alleato del Vangelo è l’uomo stesso, nella sua struttura di nostalgia verso l’infinito”.

E’ stata una vera e propria catechesi sul tema della fede nel mondo di oggi quella che il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo emerito di Genova, ha tenuto martedì scorso alla Spezia, muovendo dalle letture del giorno, nell’omelia della Messa per il primo anniversario della morte di Carlo Lupi.

Lupi, come è noto, oltre ad essere stato per decenni personalità di spicco del laicato spezzino, aveva a lungo insegnato a Genova e collaborato con l’arcidiocesi. Di qui un ricordo commosso ma anche il richiamo a raccoglierne la testimonianza.

Dalle parole della prima lettura, tratta dal libro del profeta Sofonia - ha osservato il cardinale - emerge un’umanità “segnata dall’inquietudine, dalla sofferenza, dalla tribolazione, con parola cristiana dalla Croce: la condizione umana - ha proseguito il celebrante - spesso è una condizione di chi, tra le tante voci, i rumori, le immagini che ci circondano, non ascolta la Voce di Dio, la grande unica voce che ci parla della salvezza, dell’eternità, di un mondo diverso iniziato in Gesù ... La fede, dalla quale nasce la vera libertà non è solamente credere in Dio, ma è vivere di Dio”.

Carlo Lupi, ha osservato il cardinale, aveva questa visione: “nell’anima, nello sguardo, nel sorriso arguto di Carlo si illuminava un’altra convinzione, non solo una presa d’atto della storia, di ciascuno, del mondo, dell’Occidente, dell’Europa: una luce che faceva l’orizzonte e che era il punto di forza, di leva per quel sorriso che tutti ricordiamo”. L’opera di Dio, richiamata dal profeta, ci impedisce qualunque scoraggiamento, qualunque disperazione: Io agisco e nel tuo seno vi sarà un “resto”, una presenza di popolo che non sarà e che non dovrà essere una élite o un fortino separato, o una casta di buoni che si ritengono tali, ma un lievito per la città, per il popolo, per il mondo intero. Nonostante i nostri errori e peccati, Dio è sempre presente vicino a noi, e il Natale ce lo ripete ancora una volta. Noi lo vediamo questo “resto”, e in esso, opera di Dio, Carlo Lupi credeva fermamente, cogliendo la presenza operante di Dio nel cuore della gente, soprattutto degli umili. Non è infatti la condizione sociale che fa la differenza, è la condizione spirituale che conta davanti a Dio e che Gesù beatifica: beati i poveri nello spirito, ovunque essi si trovino.

Il cardinale ha così concluso: “Questa visione così ampia e rasserenante il nostro Carlo l’aveva: sempre, in qualunque situazione, in mezzo alla realtà che non negava e di cui non cambiava il nome, ciò che è male è male, ciò che è bene è bene, questa visione di continuo lo accompagnava ed egli la comunicava non solo con le parole, ma con lo sguardo, il sorriso, il gesto, gli occhi acuti e penetranti. Comunicava davvero una visione superiore che lo sosteneva e che lo ha sostenuto sino alla fine”.

La Messa è stata concelebrata dal vescovo diocesano Luigi Ernesto Palletti e da diversi sacerdoti. Il saluto finale lo ha rivolto il parroco della cattedrale, tra i primi allievi di Lupi, monsignor Pier Carlo Medinelli.

 

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