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Intervista a Emanuele Randelli, il fisioterapista della nazionale In evidenza

di Anna Mori - In collegamento con gli studenti del Capellini-Sauro, ha dialogato con loro di intelligenza artificiale e sport, di come sono cambiati i tempi, di benessere e come mai accadono più infortuni.

Emanuele Randelli è fisioterapista della nazionale dal 2014. Nato a Firenze, si è trasferito ad Ameglia con la famiglia, che negli anni ’80 gestiva lo zoo di Montemarcello e poi ha avviato alcuni ristoranti.

Ha iniziato la sua carriera nello sport nel settore del ciclismo per poi passare al calcio. Nel 2010 ha partecipato ai Mondiali, ma come fisioterapista della nazionale dell’Honduras. Nello stesso anno ha iniziato la collaborazione con la Juventus.

Giovedì scorso, 22 febbraio, ha incontrato in collegamento gli studenti del Capellini Sauro che lo hanno intervistato. L’attività è stata svolta nell’ambito del progetto “TPIU Twinning Project Italy USA” promosso da Casa Italiana Language School Ente Promotore e sostenuto dall’Ambasciata Italiana di Washington D.C.. Il progetto coinvolge, per l’Italia, gli studenti degli istituti “Capellini-Sauro” e “Cambi-Serrani” di Falconara Marittima (AN) e per gli USA gli studenti della Jackson-Reed High School (Washington D.C.) e Oxon Hill High School (Oxon Hill, Maryland).

All’incontro ha partecipato la dott.ssa Maria Fusco dell’ Ufficio Scuola dell’Ambasciata. Simonetta Baldassarri ideatrice e coordinatrice del progetto.

Luisa, della Jackson-Reed High School Washington DC, ha introdotto l’intervista ponendo la domanda alla base del progetto: Scienza, sport e arte possono dialogare? Una sfida o una scommessa?

Lo sport racchiude momenti, situazioni e crea eventi a livello mondiale. La scienza negli ultimi tempi ha migliorato la performance dell’atleta e la cultura sportiva viene propagata nel mondo: non c’è modo migliore per unire culture, religioni e persone. Lo sport è e sarà sempre un aggregante di culture, religioni e ideali. Ci sono molte difficoltà attualmente, ma lo sport ci fa sentire uniti nella stessa direzione. E penso che nello sport, arte, scienza e cultura possano coesistere e andare di pari passo.

La scienza, inoltre, in questo ultimo periodo ha curato molto l’aspetto fisico e atletico dello sportivo. Rispetto a tanti anni fa quando ho iniziato, devo dire che gli atleti sono molto più seguiti e protetti da tanti punti di vista. L’alimentazione, la performance viene monitorata e raccolti dati che vengono incrociati e valorizzati, per valutare sempre l’efficienza fisica e la prestazione. Anche a livello di salute, gli sportivi sono molto più seguiti rispetto ad una volta. Specialmente in Italia a livello medico c’è tanta prevenzione, abbiamo un protocollo specifico e molto più accurato rispetto ad altre nazioni. La legislazione è più severa e approfondita, i giocatori più tutelati.

Mattia, Cambi Serrani: Secondo lei è pensabile in futuro pensare di affidare la preparazione atletica dei calciatori ad un software?

Ti posso dire che il giocatore è un essere umano. Di intelligenza artificiale se ne sta parlando ultimamente in maniera molto ampia. Può essere utile, ma a livello umano il calcio è molto diverso, perché si parla di gesti atletici. Tenete presente che se oggi un calciatore in una squadra non si esprime al massimo, è perché non trova l’ambiente, la situazione, l’allenatore, i compagni giusti, magari va da un’altra parte e lo stesso giocatore esprime un potenziale maggiore e tutto il contrario di quello che era prima. Io penso che la tecnologia possa aiutare a livello generale per capire le prestazioni, ma purtroppo il mio è un lavoro basato prettamente su risorse umane. Il giocatore non è una macchina, ma è fatto di emozioni, situazioni, si muove in un contesto che si può definire sempre variabile: può giocare con la neve, il sole, il freddo, il caldo, diversi avversari. Tutto quello che produciamo a livello tecnologico, sul piano pratico secondo me ha un po' di limiti. Però andremo sempre più in questa direzione, la tecnologia ha fatto fare passi avanti da un lato, ma ha tolto tante sfumature che non ci sono più, tante emozioni nella vita di tutti i giorni, tanti valori. Se voi calcolate che negli ultimi anni i bambini che giocano a pallone sono diminuiti, perché molto più attratti dalla tecnologia, dai tablet, dai telefonini, dai giochi virtuali. Il benessere ha portato ad allontanarsi da un tipo di atteggiamento che c’era in passato: una volta bastava un pallone e si stava tutto il pomeriggio a giocare. Questo creava aggregazione, condivisione di idee, situazioni ed emozioni.

Simon, Oxon Hill High School: Quale è il trauma più complicato per un giocatore?

Possiamo dire che il trauma cranico quando c’è una ferita è qualcosa che visivamente fa molta impressione perché viene fuori tanto sangue. Però per un giocatore quella più temuta è sempre la rottura del crociato o del tendine d’Achille, traumi che possono portare alla lontananza dall’attività sportiva per molto mesi. Nel caso di taglio in testa, se non c’è trauma cranico grave, dopo pochi giorni il calciatore può tornare a giocare. Abbiamo visto che la rottura del tendine di Achille di Spinazzola all’Europeo, lo ha costretto a stare lontano dall’attività per tanti mesi. Questo per un giocatore è un trauma forte. Purtroppo si va incontro ad un periodo di sofferenza e insicurezze che vanno vinte giorno dopo giorno, traumatizzano un atleta. A livello visivo non si vede molto dall’esterno, ma è molto invasivo per un giocatore.

Sara, Capellini Sauro: Quali strategie vengono utilizzate per prevenire i traumi e di conseguenza la riabilitazione?

Ho iniziato questo lavoro tanti anni fa. Ci sono stati molti cambiamenti, oggi i calciatori giocano più partite, ci sono più atleti, una volta erano meno seguiti, meno attenzione su alimentazione, recupero e sonno. Negli ultimi dieci anni sono avvenuti cambiamenti notevoli sotto tanti punti di vista. La velocità del gioco rispetto a 25 anni fa è aumentata, come pure i contrasti. Il giocatore viene seguito a livello fisico, fa più palestra, sono più atleti, quindi più veloci. Prevenire non è mail facile, perché a questi ragazzi chiediamo una performance a livello fisico man mano più elevata. Gli infortuni sono sempre più frequenti, ma non è fattibile un confronto con il passato per il numero maggiore di partite o di velocità della palla. Oggi giocano 60-70 partite all’anno, con un consumo energetico enorme e recuperare non è mai facile. Questo porta ad un maggiore stress della struttura fisica e ad avere dei traumi e infortuni. Dall’altra parte, invece, abbiamo la fortuna di aver inserito il nutrizionista, questo dà maggiore attenzione sull’alimentazione, che incide molto rispetto ad anni fa, sono seguiti anche a casa, si cerca di avere maggiore attenzione e cura. Nel tempo si migliorerà sempre, sono piccole cose che fanno la differenza.

Luca, Cappellini Sauro: Quanto è influenzata la performance dal benessere e quanto il benessere influenza i rapporti tra i giocatori?

Se parliamo di benessere inteso come alimentazione, sonno e vita sani, influenza tantissimo. Se da ragazzo hai un’alimentazione e un atteggiamento corretto, senza fare stravizi, hai una carriera più lunga. Ho un esempio mondiale, vorrei parlare di Ronaldo: era maniacale nel comportarsi in maniera corretta, ha avuto una carriera ricca di successi sportivi. Ancora adesso è abbastanza rigido con il suo fisico e con il suo modo di pensare. Dobbiamo darci tutti i giorni degli obiettivi. Il benessere è influenzato dal modo di comportarci e di interagire con tutto quello che ci circonda. Un giocatore come Leo ha sacrificato la propria infanzia per arrivare a quei livelli, non è facile. Noi vediamo la fase finale del percorso, ma dietro ci sono tanti sacrifici, stare lontani da casa da ragazzini, studiare da soli, crescere in maniera più veloce, non andare in discoteca, non bere, non fumare. Tutti questi divieti e sacrifici portano ad una carriera più lunga, rispetto ad un ragazzo che gioca, ma si comporta diversamente: a vent’anni non te ne accorgi, ma quando arrivi ai trenta ti rendi conto che gli stravizi influenzano le prestazioni. Se invece intendiamo il benessere portato dal progresso che sta intorno al giocatore, una tempo c’era meno tecnologia e più condivisione. Una volta i giocatori finivano di pranzare e giocavano insieme, magari a carte, o parlavano. Ora con la tecnologia, c’è più isolamento e quindi questo benessere economico non ha portato aggregazione a livello sociale.

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