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di Francesca Dallatana - E’ lo stesso bambino di allora. Ma non sogna più di andare via.

La fila per la fuga. Sui binari: gruppi di persone sovraccariche di borse, zaini, valigie a traino, cani al seguito, gatti intrappolati dietro le zip di felpe colorate. Al confine: un serpente di auto e di fumi azzurrognoli infrangono il sipario della penombra. Se ne vanno alla ricerca di certezze. Gli uomini raggiungono le compagne di una vita, molte al lavoro in occidente da tempo. Sfuggono al rischio del combattimento sulla terra, stipendiato ma nel fango della fine. Se ne sono andati in tanti anche fra quelli che non venivano dalla linea del fronte, l’est del Paese. L’arena dello scontro. Per chi sta a ovest dell’Europa non c’è differenza tra una città dell’est e una dell’ovest del Paese. E’ sempre Ucraina. Sangue e macerie dappertutto. Le ferite di guerra non si raccontano. Marchiano il corpo di silenzio.

Cammina a passi cadenzati, in ricordo della vecchia musica. Quella che ha ballato nel suo ultimo giorno russo, a Mosca.

Al confine sono in tanti, ciascuno con la propria paura.

La frontiera ha sempre rappresentato una barriera di emozione. Dall’altra parte, un’altra Storia.
Le donne se ne vanno. Sono quelle che fino ieri avevano da fare in questa terra non ancora fangosa: un lavoro, la famiglia, il futuro. Gli uomini sanno che cosa significa guerra. Anche se in guerra per davvero mai hanno combattuto. Sono famiglie in movimento. Donne e uomini, mariti e mogli e figli e animali da compagnia. Una transumanza di esistenze in scenari diversi, con la mente fissa a ciò che è rimasto dall’altra parte del confine, dall’altra parte della decisione di partire. Con sé, portano il dolore freddo dell’istinto di sopravvivenza che li ha spinti alla frontiera. Loro sono sempre loro. E non sono sicuri di andarsene. Ma se ne vanno. La migrazione non migliora e non cancella le imperfezioni della vita di prima. Come la morte e la malattia, la migrazione non migliora le persone.

Pensa e suda e i suoni delle voci gli arrivano ovattati, trattenuti dentro l’orecchio quasi a volerli registrare.

Hanno preso tutto quello che serve per vivere. Una migrazione di piccoli e grandi gruppi. Insieme sono un popolo di migranti.

Dall’altra parte della frontiera aspettano di tornare, a fare il lavoro che facevano prima che i russi sciabolassero il cordone del confine con l’operazione speciale. Qualcuno immagina una vita diversa per se stesso.

Gli uomini lavoravano tutti. Chi di loro viene dal mare è abituato a stare in giro per il mondo e sa fare cose: il meccanico, il manutentore, conosce un’altra lingua. E’ libero dal lavoro per sei mesi e cerca riparo altrove insieme alla famiglia. Chi guidava piccoli autobus per il trasporto delle persone si aspetta di fare l’autista. Chi lavorava in fabbrica, negli uffici, a gestire il personale crede si possa fare tutto all’ovest e vorrebbe ricominciare da dove ha lasciato. La sarta sa di poter lavorare subito, se lo vuole. Non serve parlare per cucire, ma solo saperlo fare. Non si improvvisa il cucito. Chi ha braccia lavora subito se accetta uno stipendio al ribasso. Meglio se in nero. Il lavoro nero predilige chi non capisce la lingua. Un lavoratore senza parola non ha pretese. Le tutele costano e sono pretese. Una donna capace di lavorare in campagna e di sopportare la fatica come un uomo è un’operaia perfetta per un turno in linea a confezionare vaschette di cibo precotto. Uno, due, tre mesi per uno stipendio stellare per gli standard ucraini. Assunti subito: molti fra quelli che hanno calpestato il confine con traccia incerta.

Hanno lasciato la terra, le case, la lingua. Se ne sono andati dove pensavano fosse la vita.

L’idea del ritorno non abbandona le notti in Occidente. Ristoranti e pulizie, agricoltura e trasporti, edilizia e magazzini: vanno dappertutto e si muovono, anche se non capiscono e dicono poco perché non hanno le parole. Parlano in ucraino con i figli, che parlano in ucraino con i compagni di scuola rimasti in Ucraina e che vedono in collegamento quotidiano sulle piattaforme per la didattica a distanza. Una bolla di solitudine.

La fatica mette a tacere il battito dell’ansia.

Sua moglie lavora all’ovest da anni. Lei all’ovest a fare la badante per un uomo anziano e lui in campagna, nella casa in Ucraina. Per un tratto la vita è stata bella insieme. Poi lei ha cominciato a pensare all’ovest. Dell’ovest sentiva parlare al negozio del villaggio. Dell’ovest sentiva i sussurri e le grida dappertutto, per le strade. Aveva bisogno di andare. Un passato da zingara, lei come lui. La terra, la casa, le coltivazioni non le bastavano più. Voleva vedere le luci dei negozi nelle sere d’inverno, entrare dentro e sentire il gelo dell’aria condizionata quando l’estate scotta la pelle. Per chi non lo ha visto questo è il mondo di fuori. Anche questo. In Ucraina, oltre a fare l’agricoltore, lui costruisce mobili. E’ un falegname. Lavora il legno da quando ha finito la scuola. Imprenditore di se stesso. Costruttore, come nessuno della sua famiglia di zingari è stato. A qualcuno ha dato la sua parola da bambino.

Lui va da lei con il cane al seguito. Vanno con l’auto.
Vent’anni prima si muoveva verso Mosca, a est dell’Ucraina. Italia del nord, Marzo 2022.


Il suo primo lavoro è stato lo scippo. A casa li addestravano a prendere gli oggetti degli altri. Raggiungevano la capitale russa per farlo, in gruppo. Poi la Storia ha cambiato le regole. Ha cominciato a viaggiare da solo. Mosca è un’ubriacatura di erba bagnata e belomorkanal, all’arrivo dall’ovest. Stazione kievskaya: due giorni di treno dall’Ucraina occidentale fino qui. Scendono due, tre occidentali e non di più. E un fiume disperato di ucraini carichi di scatoloni, grandi borse di plastica, piccoli animali da reddito, salami, verdure e cibi destinati alla vendita nei mercatini. Si muovono a piccoli gruppi, con tanti pacchi da spostare. Sono tutti giovani adulti. Arrivano anche se è caduto il Muro dall’altra parte del mondo. Si cerca la sopravvivenza dignitosa. Nella folla di commercianti stracciati cammina lui, un bambino. Si fa chiamare Pedro, perché ha la pelle caramellata come un sudamericano. E’ snodato come un giamaicano. Si spostano di meno i bambini adesso. Dormire sul pavimento della stazione kievskaya è vietato. I bambini sono qui per lavorare. Fino a che è stato possibile andavano sulla Piazza Rossa, ballavano intorno ai turisti e cantavano. Lui lo fa ancora. Sceglie con precisione. Quelli migliori hanno scarpe molleggiate e nuove. Un girotondo a passo di danza si stringe intorno al turista e una sventagliata di mani battono sulle borse e sugli zaini, sulle tasche delle giacche. Ritmo serrato e tempo breve. Ritmo, ritmo, ritmo: allunga le mani e le batte a palmo aperto sui cappotti, sui corpi. Sul corpo di una donna minuta assorta in un passeggio lento lungo il perimetro della Piazza Rossa. La coglie di sorpresa. Lei protegge lo zaino con il braccio, si accartoccia e porta la mano destra sul fianco sinistro: ha salvato lo zaino mentre il bambino agguanta e stringe e sfila l’orologio dal polso. Scatta e gira correndo verso il centro della piazza, un campo aperto e libero per una corsa a perdifiato. Il bambino scappa via sicuro di raggiungere la fermata della metropolitana. La corsa è il gioco dopo il lavoro. Dietro di lui la donna, lo zaino sulle spalle, lo rincorre e accorcia la distanza. Il fiato in gola, gli occhi esplosi nel volto venato del sangue che batte sotto la pelle della faccia. Lo bracca con lo stesso braccio dal quale lui le ha sfilato l’orologio, all’ultimo scalino della discesa della metropolitana. Lo spinge verso il muro. L’orologio spunta dalla cerniera della tasca. Gli stringe il collo con i pollici in una compressione graduale. E’ piccolo e sporco. Porta scarpe di almeno un numero più piccolo del piede. E’ solo un bambino. Uno spintone verso il pavimento. Senza voltarsi, se ne va. Il bambino ha il cuore che batte forte. Ha avuto paura di morire. Si incammina dietro quelle braccia che lo hanno stordito. La donna si siede all’unico tavolo di un chiosco di ceburiek sul Novi Arbat. Fuma, beve una birra, mangia. Lo vede, lo chiama. Non ride. Il viso è ritornato normale. Quanti anni hai? Otto? Dieci? Da dove vieni? L’Vov. Sei qui per lavoro? Sì, questo è il lavoro della mia famiglia. Questo non è un lavoro. Questo è rubare. Da grande andrai in galera in Siberia. La donna è italiana. Gli racconta la storia di un uomo che ha imparato a costruire oggetti di legno e poi li ha venduti. Si chiama Max. Max è felice? Le chiede il bambino. Non so, gli dice lei. Max non ruba. Non ne ha bisogno. Max si diverte? Max non si annoia. Max non mette le mani nella vita degli altri. Max ha costruito la sua vita. Non hanno deciso gli altri per lui. Il bambino improvvisa un ballo giamaicano per lei. Vuole decidere anche lui della propria vita, come Max. Lei appoggia l’orologio sul tavolo. Lui le aveva rubato il tempo. E lei se lo è ripreso. Mosca, Maggio 2000.


Pedro, il bambino giamaicano, ha raggiunto la moglie in Italia nel mese di marzo del 2022, quando i russi hanno sferrato l’operazione speciale. Quando gli hanno rubato il tempo. Nella vita non voleva fare il mestiere della guerra. Non se ne è andato per paura. Ha tenuto fede al patto con la donna che gli ha raccontato di Max. In Ucraina loro vivono all’ovest. La loro casa non è stata distrutta. In Italia ha imparato la lingua. Ha trovato un lavoro come falegname, il mestiere che faceva in Ucraina. Dove conta di tornare. A riprendersi il tempo. A due anni dall’operazione speciale del 24 Febbraio 2022.

 

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