Una provincia unica da Portofino a Pontremoli? In evidenza

di Gino Ragnetti

LA SPEZIA - Correva l’anno… boh, chissà che anno era… è passato tanto di quel tempo! C’era ancora la Prima Repubblica, però aveva quasi un piede nella fossa, quindi dovevamo essere nei primissimi anni Novanta, il ’90 o il ’91, e guarda caso nel mondo politico già ci si accapigliava sulle Province da tagliare. “Costano troppo e non servono a niente”, era il refrain.

Domenica, 24 Giugno 2012 15:24

E siccome si doveva trovare una soluzione, ecco spuntare la grande idea: facciamo le città metropolitane.

È esattamente quello che si propone oggi, a un quarto di secolo di distanza, per riordinare il sistema delle amministrazioni locali intermedie, fra Regioni e Comuni, e risparmiare qualche euro.

In tale contesto proprio in questi giorni il governo sta trattando con le parti in causa, dall’Upi ai partiti alle organizzazioni dei lavoratori, per escogitare una soluzione che consenta la sopravvivenza di quelle Province che rispondano a determinati requisiti. La rete di salvataggio dovrebbe essere costituita da almeno due di queste tre condizioni: superficie minima di 3.000 chilometri quadrati, popolazione superiore a 350mila abitanti e oltre 50 Comuni presenti nel territorio. 

Al centro della riforma ‒ che dovrebbe tra l’altro essere presentata in parlamento in tempi molto brevi, ma forse si andrà a novembre ‒ ci saranno appunto le città o aree metropolitane, ragione per la quale si torna a parlare, esattamente come si fece 25 anni or sono, anche di Genova, già candidata nel ’91 a tale ruolo.

Fu in quell’occasione che la Spezia cominciò a tremare perché, essendo una delle province più piccole d’Italia quanto a numero di abitanti, era a rischio abolizione. Tuttavia poiché ancora non avevano inventato lo spread, o se l’avevano inventato nessuno ne parlava perché tanto c’era sempre la liretta che si poteva svalutare a piacimento taroccando senza problemi i conti pubblici, ecco che simili ai funghi cominciarono a spuntare dappertutto nuove Province. Aveva voglia Totò di protestare “E io pago!”. Nessuno gli dava retta.

In dieci anni (1991-2001) sono pertanto nate le Province di Verbano-Cusio-Ossola, Biella, Lecco, Lodi, Rimini, Prato, Crotone, Vibo Valentia, Olbia-Tempio, Ogliastra, Medio Campidano, Carbonia-Iglesias, Monza e Brianza, Fermo e Barletta-Andria-Trani mentre la provincia di Forlì diventava Forlì-Cesena.

Per accontentare questo o quel caporale di giornata, padre-padrone di piccoli feudi elettorali, zitta zitta quatta quatta la Casta aveva insomma portato a 110 le amministrazioni provinciali. Un’ammucchiata orgiastica di presidenze, vice presidenze, assessorati, segreterie generali, uffici stampa, consiglieri provinciali, portaborse, sedi faraoniche, fantozziane poltrone rivestite di pelle umana, auto blu, spese di rappresentanza, rimborsi, e vai col liscio.

E che Totò buonanima - "E io pago!" - continuasse pure a incazzarsi.

Dal momento che dappertutto sbocciavano Province, altrettanto speravano di fare nel Tigullio. Speravano cioè che prima o poi si facesse anche la quinta Provincia ligure che reclutasse qualche comune spezzino (Maissana e Deiva Marina, soprattutto) e che avesse Chiavari quale capoluogo.

Le speranze dei propugnatori delle Quinta Provincia erano legate appunto alla creazione della città metropolitana di Genova perché con la “promozione” della Superba sarebbe contestualmente scomparsa la Provincia di Genova facendo emergere la necessità di garantire una qualche forma di amministrazione territoriale ai Comuni “genovesi”, quali Chiavari, Rapallo, Lavagna, Sestri Levante, etc., rimasti fuori dal perimetro metropolitano.

Tuttavia, fatti un po’ di conti, apparve subito chiaro che una Provincia del genere aveva scarse probabilità di nascere: pochi abitanti e modesta superficie.

E allora un bel giorno ecco il colpo di genio di un oscuro amministratore locale, il vice sindaco di Sori: essendo improbabile, perché sarebbe stata troppo piccola, la costituzione della quinta Provincia, perché ‒ azzardò ‒ non pensare a un accorpamento con la provincia della Spezia?

Sebbene con quell’accorpamento si rientrasse nei parametri previsti (abitanti e numero minimo di Comuni) anche a lui, come a tutti i geni, toccò il ruolo dell’incompreso. Infatti qualcuno fece spallucce, qualcun altro fece pollice verso, e la maggioranza silenziosa lasciò cadere la cosa, comportamento tipico dei politici che non vanno mai in cerca di grane. Un po’ come accade oggi, con il problema che si ripropone pari pari. A tenere l’argomento sotto i riflettori c'è solo Marino Fiasella, commissario straordinario ‒ una sorta di esecutore testamentario ‒ della defunta Provincia della Spezia. Per il resto, silenzio.

Eppure, solo come offerta turistica un territorio simile sarebbe probabilmente unico al mondo.

È proprio di questo che, forse, si dibatterà nei prossimi giorni nel confronto fra Unione delle Province Italiane e governo: mentre nel Ponente sembra inevitabile l’accorpamento tra Savona e Imperia, per il Levante si dovrà trovare una soluzione che salvaguardi l’identità dei vari territori garantendo al tempo stesso un’amministrazione che ritorni nelle mani dei cittadini, perché questo vuole la Costituzione della repubblica italiana.

In altre parole, se dobbiamo pagarli perlomeno che siano scelti da noi.

In ogni caso agli spezzini, ai lunigianesi e ai tigulli si offre un’opportunità unica: se non di decidere, quantomeno di discutere seriamente, tutti insieme attorno a un tavolo, quale sia la soluzione migliore per il futuro governo del territorio.

Come diceva Pappagone, uno dei tanti personaggi dell’indimenticabile Peppino De  Filippo, meglio vincoli che sparpagliati.

Ma lo capiranno spezzini, tigulli e lunigianesi?

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