"Prima di tutto saper accogliere e mischiarsi. Spezia per crescere deve essere una città mesciüa" In evidenza

di Umberto Costamagna - Il futuro adesso n. 5. Per Ciccio Delsanto l’importante è la cultura "dello stare insieme".

Mercoledì, 24 Giugno 2020 16:21

Angelo Delsanto, conosciuto da tutti come Ciccio, 68 anni, la maggioranza dei quali trascorsi in mezzo ai libri, a cominciare da bambino e poi adolescente quando “giocava” con i volumi o incontrava gli autori nella mitica libreria ADEL di corso Cavour gestita dall’ancor più mitico papà Attilio, l’amico di Sandro Pertini che non mancava mai di andarlo a trovare quando passava per Spezia. I liceali dei tempi di Ciccio se lo ricordano ancora con una lunghissima sciarpa di lana rossa al collo che spiccava sempre tra le manifestazioni e le assemblee studentesche. Ancora adesso Ciccio Delsanto non manca mai di far arrivare il suo contributo, sempre originale, acuto e a volte serenamente provocatore (si considera un “anarco-massone idealista e sognatore”). Abbiamo voluto farci provocare anche noi, coinvolgendolo nel dibattito sul futuro della città.

G.d.S. Il prossimo 28 agosto saranno passati 151 anni da quando il generale e architetto Domenico Chiodo inaugurò l’Arsenale Militare della nostra città. Da quel giorno cambiò radicalmente la natura e il destino di Spezia e degli spezzini. Quella che sembrava destinata a diventare una “splendida perla sul mar”, una città turistica e a vocazione terziaria, si trasformò prima in una città militare, basata sul parastato e successivamente in una città industriale legata alla difesa.
Poi, negli anni Sessanta del secolo scorso, in maniera quasi casuale, si ricominciò piano piano a riconsiderare la natura turistica della nostra terra. Il risultato oggi? Una città “mesciüa” dove si mischiano panorami mozzafiato e oasi di una bellezza straordinaria agli insediamenti industriali e portuali, dove le attività cantieristiche di eccellenza hanno fatto fatica a conquistarsi un giusto spazio.
Insomma, ma che razza di città è oggi Spezia e la sua provincia?
D. Mi piace la definizione “una città mesciüa” perché in una parola fa il ritratto perfetto della Spezia. Questo piatto alchemico tipicamente spezzino infatti rappresenta perfettamente la città e la sua storia, fatta di mescolamento di genti: non dimentichiamo che l’Arsenale fece confluire sul territorio spezzino migliaia di persone da tutta Italia e anche dalla Francia e dalla Svizzera per trovare lavoro qui, e questo ha significato rivoluzionare abitudini, gusti culinari e culturali. Poi questa mescolanza di genti ha provato a far convivere turismo, industria e presenza militare, con momenti di difficile convivenza. Oggi forse si può trovare la quadra per armonizzare tutte le risorse economiche con il territorio. Non bisogna dimenticare che è proprio grazie alla presenza militare se si è avuta una certa salvaguardia del territorio e si è evitato, negli anni dell’edificazione selvaggia, di avere lo scempio delle coste e del litorale, come è avvenuto in altri luoghi.

G.d.S. Proviamo a immaginare il futuro adesso. Quello che vedranno i nostri figli e i nostri nipoti. Quale città gli stiamo preparando? O meglio, quale città tu pensi che valga la pena di preparare loro?
D. Non è facile immaginare una città del futuro, anche alla luce di quegli imprevisti che oggi capitano e fanno pensare sul serio alle occasioni mancate e agli errori da non commettere più. Fenomeni come la pandemia di Coronavirus ci devono insegnare a essere più saggi, ad amare di più il nostro territorio e a convivere in armonia con l’altro da noi, che una volta voleva dire creare un legame fra persone di regioni e tradizioni differenti e che oggi significa amalgamare e rendere piacevole, proprio come la mesciüa, il vivere insieme fra persone che provengono dai posti più disparati del pianeta.
Ma se si prende lezione dalla pandemia, si deve cercare seriamente di non ripetere più quegli errori. Penso al grande crimine (sì, uso la parola crimine il non aver razionalizzato la sanità e sprecando denaro in inutili e irrazionali businnes quando si poteva veramente fare molto investendo in maniera corretta e reazionale. Se capiamo questa lezione dobbiamo cominciare a pensare in maniera altruistica e nell’interesse di tutti, allora si può creare veramente quella che io definisco la “Pan/Patia” il passaggio da qualunque tipo di pandemia alla cultura dell’Empatia, perché oltre a quella da Covid 19 noi abbiamo anche pandemie culturali, comportamentali, sociali a cui occorre porre rimedio urgentemente, perché non sono meno gravi del Covid 19.

G.d.S. Cerca di trasformare questo “sogno” ideale in un progetto concreto su cui lavorare fin da subito. Cosa c’è o cosa ci sarebbe da fare per “scaricare a terra” questa idea?
D. La prima cosa che mi viene in mente è quella di creare una città veramente mesciüa, con una integrazione reale e di scambio: questo renderebbe più umanamente ricchi tutti e renderebbe più seduttiva la “cultura del territorio e dello stare insieme”. E questo porterebbe un inevitabile beneficio economico e permetterebbe agli spezzini di stare bene e a chi è di passaggio di avere voglia di ritornare. Pertanto, occorre lavorare a un piano di marketing territoriale che davvero vada a toccare tutti i continenti e faccia capire come la nostra terra (sia quella lambita dal Mediterraneo che quella che ha fatto si che i Liguri fossero dei “contadini vista mare” cioè la cultura dell’entroterra) sia seducente e attrattiva per tutti coloro che vogliono unire paesaggio, clima, cultura e piacevolezza dello stare insieme. E per cultura io intendo la storia e la magia dell’antichissima terra dei Liguri, quella che unisce l’arte e la bellezza al piacere come ad esempio la buona cucina e il buon vino: non a caso Pitagora diceva “non ci invitiamo l’un l’altro per mangiare e bere semplicemente, ma per mangiare e bere insieme”.

G.d.S. Nelle imprese, ma non solo, di fronte a un progetto si considerano “opportunità e minacce”. A tuo parere, quali sono oggi le opportunità e quali le minacce per provare a realizzare questo progetto?
D. Le opportunità possono essere quelle di creare fin dalle scuole primarie un’educazione naturale alla condivisione e allo stare insieme, creare una cultura dell’accoglienza che permetta a chi è accolto di stare bene e a chi accoglie di imparare cose nuove e cambiare continuamente il proprio modo di essere per migliorare e migliorarsi.
Le minacce sono l’egoismo e il non voler condividere, il considerare la ricchezza come un fine e non come uno strumento per creare ricchezza diffusa e benessere collettivo. La risorsa sta nell’avere il coraggio di fare progetti a lunga distanza, di volare alto e uscire dal proprio orticello per far diventate tutta la prateria una grande ricchezza per tutti.

G.d.S. La politica, si dice, è l’arte del possibile. Ma è anche, come insegnava don Lorenzo Milani, il modo per “sortire insieme dai problemi comuni”. E allora che fare per cercare, qui e ora, di costruire e raggiungere quel futuro che hai immaginato per Spezia, quel futuro-bene-comune per i cittadini che verranno?
D. La politica alla Spezia ha sofferto di mali diffusi e universali. Da molti, anzi da troppi, è stata vista come una maniera per risolvere i propri problemi magari perdendo di vista quelli del territorio e si è creato un fenomeno terribile all’interno dei partiti che hanno gestito la città, dove l’obbedienza al capo di turno e il “non pensare ma obbedire” era considerato un pregio mentre lo spirito di lealtà, la capacità critica, l’autonomia di pensiero, insomma l’intelligenza era vista come un difetto che ha allontanato dalla politica le persone.

Che fare? Domanda di un famoso romanzo di Nikolaj Ćerniševskij del 1863, domanda ripresa da Lenin in un suo celebre saggio e domanda rimasta sempre senza risposta, perché non può esistere un percorso definitivo e tracciato, ma ci si può provare. Oggi in città ci sono fermenti di idee e di comportamenti nuovi, fuori dagli schemi e dalle gabbie delle correnti partitiche: le manifestazioni delle Sardine che hanno visto in piazza Mentana oltre mille persone, una cosa che in città non succedeva dagli anni ‘70, l’ultima iniziativa spontanea, organizzata da tre giovani svincolati da qualsiasi collare politico, non tenuti al guinzaglio da nessuno, con la manifestazione e per ricordare George Floyd che ha fatto ritrovare in una domenica di pioggia e coronavirus oltre 300 persone: ecco questi eventi sono il segnale che esiste ancora la voglia, l’entusiasmo e l’intelligenza per pensare, crescere e che è forte il desiderio da parte dei giovani di misurarsi e di contare nelle sorti di un territorio bello e ricco di storia come il nostro.
Allora credo che sarebbe bene se si lasciasse spazio a questa spontaneità, a questa “ingenuità costruttiva” senza che nessuno provi a metterci un cappello partitico, cosa che è stata fatta in passato e ha contribuito in maniera determinante a uccidere il movimento del ‘68, degli anni ‘70 e anche negli anni successivi.

“Sortire insieme problemi comuni” è una frase e al contempo un programma straordinario ma richiede un’altra caratteristica che il grande rivoluzionario di Barbiana reclamava: la condivisione non solo della politica, ma del modo di vivere, la ricerca di una crescita interiore per portare questa ricchezza al servizio di tutti, una comunanza di idee al confronto in un rispetto reciproco che vede intelligenza contro servilismo politico, che non deve avere paura di volare alto e soprattutto deve provare, come dice Raul Vaneigem “lo sconvolgente desiderio di stare insieme e di condividere le idee e le parole”.

Qui i link ai precedenti interventi de “Il Futuro Adesso”:
N. 1. Intervista a Filippo Lubrano
N. 2. Intervista a Lara Ghiglione 
N. 3. Intervista a Enzo Papi 
N. 4. Intervista a Gino Ragnetti

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