Province, una sentenza che puzza di bruciato In evidenza

di Gino Ragnetti

LA SPEZIA ‒ Se uno domandasse a un maggiordomo come vanno le cose in casa e se i padroni sono contenti del suo lavoro, state pur certi che risponderebbe che le cose vanno benissimo e che i signori padroni sono contentissimi di lui. Ma siccome si sa che il colpevole è sempre il maggiordomo, è perfettamente inutile andare a chiedergli certe cose: mentirebbe spudoratamente.

Domenica, 17 Giugno 2012 11:24
È insomma inutile rivolgersi a Marino Fiasella per sapere se le Province sono davvero la rovina del Paese, se sono un'idrovora che succhia sterminate risorse dalle casse dello Stato, e se insomma lui, che maggiordomo non è, ma che della Provincia della Spezia è stato a lungo presidente (ora ne è il commissario), si senta un po' colpevole del sabotaggio delle finanze pubbliche.

E allora non resta che andare alla ricerca di altre gole profonde, possibilmente neutre, che possano farci capire se davvero l'ente Provincia è quel parassita di cui si dice.

Che le Provincie non godano di buona stampa è evidente, ma troppo spesso è accaduto che il mostro sbattuto in prima pagina si rivelasse invece tutt'altro che un mostro. Vale perciò la pena di andare a scandagliare il tema un po' in profondità.

Ne è emerge intanto che in tutti gli Stati membri dell'Unione Europea il sistema istituzionale è costruito su tre livelli di governo locale (Regioni, Province e Comuni), e che in Belgio, Francia, Germania, Polonia, Spagna e Regno Unito il livello di governo intermedio della cosa pubblica gode di protezione costituzionale. Inoltre in Francia, Germania, Belgio, Polonia e Regno Unito, come in Italia, gli organi di governo sono eletti direttamente dal popolo. Solo la Spagna prevede elezioni di secondo livello, meccanismo che si intenderebbe ora introdurre in Italia (Vedi "Province, il grande imbroglio", Gazzetta del 2 giugno 2012).

In tutte le Province europee, a prescindere dal modello elettorale, esiste poi un blocco di funzioni fondamentali caratteristiche dell'ente di area vasta che si concentrano sull'ambiente (pianificazione, tutela, gestione dei rifiuti e delle acque), sullo sviluppo economico (sostegno alle imprese e politiche per l'occupazione), sui trasporti (viabilità, mobilità, infrastrutture) e sulla scuola (compresa l'edilizia scolastica). Come si vede, non ci si discosta molto dalle prerogative delle nostre Province.

Per quanto riguarda il discorso del pozzo senza fondo, i dati raccontano un'altra storia: le Province italiane con l'1,7 per cento risultano infatti essere quelle con minor incidenza sulla spesa pubblica nazionale: in Francia siamo al 5,4 e in Germania al 4,2 per cento.

I dati del Sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici (Siope), osservatorio del ministero dell'economia, Ragioneria generale dello Stato, quindi un organismo terzo, ci dicono che nel 2011 gli amministratori provinciali sono costati alle casse statali 111 milioni di euro, di cui 94,7 milioni per indennità e 16,4 per rimborsi.

I compensi agli amministratori provinciali, diciamo ai politici che governano le Province ‒ quindi il famigerato "costo della politica" ‒ sono stati pari allo 0,9 per cento della spesa complessiva sostenuta dalle Province (11,5 miliardi di euro). Non sembra insomma un impegno tale da mandare a carte quarant'otto i bilanci dello Stato. A maggior ragione si può giungere a questa conclusione quando si pensa che ‒ stando a stime dell'Unione Province Italiane su fonte Siope ‒ dopo la manovra 2011, a regime, sulla base di quanto previsto dal decreto 78 del 2010 in materia di riduzione delle indennità dei 1.774 amministratori provinciali, il loro costo complessivo si ridurrà a circa 34 milioni di euro.

E allora? Se le cose stanno così, e a quanto pare stanno proprio così, cosa si nasconde dietro questa crociata contro le Province? Non è che il Moloc, l'informe sfuggente mostruoso organismo politico che in un modo o nell'altro in Italia dà da vivere a un milione e mezzo di persone (il 6 per cento del totale degli occupati) legate più o meno a partiti o movimenti, ingurgitando una ventina di miliardi di euro all'anno, non è che quel Moloc, dicevamo, vistosi messo al muro dalla marea montante di un'opinione pubblica indignata per gli intollerabili privilegi della Casta, non abbia deciso di sacrificare il familiare più debole, come succedeva e succede nelle società animali e umane meno evolute, per salvare il resto della tribù?

Il sospetto viene, eccome se viene, dopo avere controllato i compensi elargiti nel 2011 agli eletti

degli altri livelli istituzionali.

Il parlamento, per esempio, ci costa 459 milioni e 265.000 euro, di cui 153 milioni e 215.000 a carico del Senato e 306 milioni e 50.000 a carico della Camera.

Quasi il doppio (ahi, ahi, qui rischia di cascare l'asino!) ci costano le Regioni: 844 milioni e 724.998. Una spesa stratosferica alimentata soprattutto dalle Regioni a statuto speciale, pascoli nei quali la Sicilia non scherza, ma dove non sono da meno, quanto a "costi della politica", Valle d'Aosta, Friuli Venezia Giulia e Sardegna.

La spesa "politica" riservata agli 8.092 Comuni italiani ammonta a 591 milioni e 232.767 euro di cui 36 milioni per rimborsi.

Siamo proprio sicuri, giunti a questo punto, che siano davvero le Province la fonte di tutti i guai finanziari del Paese?

Di sicuro ci mettono del loro, ci mancherebbe, tuttavia non sarebbe forse il caso, avendo deciso di tagliare, di cominciare da qualche altra parte a darci di machete?

In ogni caso, poiché è evidente che le Province hanno ormai una zampa nella tagliola, davanti ad esse non ci sono che due possibilità: o malinconicamente avviarsi sul viale del tramonto e rassegnarsi all'estinzione, oppure tentare un colpo di coda per restare a galla ancora un po'. E questa è ovviamente la strada scelta dell'Unione delle Province con una strategia che fa perno su una grande riforma basata sulla riduzione delle Province, che passerebbero a 60 dalle attuali 108, e su un ammodernamento delle loro funzioni.

Cosa propone pertanto l'Upi?

Eccone i capisaldi:

1) Ciascuna provincia deve avere una dimensione adeguata dal punto di vista demografico, territoriale ed economico, per l'esercizio delle funzioni fondamentali previste dalla legge sul federalismo fiscale.

2) Per razionalizzare le circoscrizioni territoriali, lo Stato e le Regioni a Statuto speciale procedono alla riduzione del numero delle Province e alla ridefinizione delle circoscrizioni provinciali, anche in conseguenza dell'istituzione delle Città Metropolitane.

3) Conseguentemente alla nuova delimitazione delle circoscrizioni provinciali e metropolitane, vengono accorpati gli uffici territoriali del governo.

4) Si prevede che le funzioni amministrative siano esercitate dai Comuni, dalle Province e dalle Città Metropolitane: si eliminano quindi tutti gli enti o le agenzie statali, regionali e degli enti locali.

5) Si prevede l'istituzione delle Città Metropolitane. Il territorio della città metropolitana coincide con il territorio di una o di più province. La Città Metropolitana acquisisce tutte le funzioni della provincia e le funzioni del Comune capoluogo. La Città Metropolitana prende il posto della Provincia e del Comune capoluogo e si articola al suo interno in Comuni metropolitani.

A parere dell'Upi questa riforma dovrebbe garantire una risparmio di almeno cinque miliardi di euro, derivante dalle spese che oggi lo Stato sostiene per aziende, società, enti strumentali.

Oggi esistono oltre settemila enti strumentali (consorzi, aziende, società) che occupano circa ventiquattromila persone nei consigli di amministrazione: il famoso sottobosco politico nel quale oltre a validi elementi si annidano troppi Robin Hood alla rovescia e troppi portaborse da accontentare.

Vale la pena di sapere che il costo dei compensi, le spese di rappresentanza, il funzionamento dei

consigli di amministrazione e degli organi collegiali delle Società pubbliche o partecipate nel 2010 è stato pari a due miliardi e mezzo di euro.

Dalla stessa fonte Siope 2011 veniamo a sapere qual è il costo degli Enti, delle Agenzie e di altri soggetti che gravano sui bilanci delle Regioni.

Enti e Agenzie Regionali 3 miliardi 684 milioni 447.564 euro.

Enti di ricerca delle amministrazioni locali 91 milioni e 218.924 euro.

Autorità Portuali 42 milioni e 735.459 euro.

Aziende di promozione turistica 57 milioni e 999.451 euro.

Agenzie regionali per l'Ambiente (Arpa) 532 milioni e 225.966 euro.

Unioni di Comuni 243 milioni e 289.662 euro.

Comunità Montane 565 milioni e 402.035.

Per un totale di 5 miliardi 217 milioni e 319.061 euro.

L'inesauribile Fonte Siope 2011 conteggia poi il costo degli altri organismi intermedi (tutti da eliminare ed eventualmente da trasferire nelle Province)

Bacini Imbriferi Montani (BIM) 180 milioni e 406.575 euro.

Ambiti Territoriali Ottimali Acqua/Rifiuti (AATO) 223 milioni e 787.168 euro.

Consorzi Enti gestione Parchi 75 milioni e 633.118 euro.

Consorzi di Vigilanza Boschiva 6 milioni e 458.657 euro.

Per un totale di 486 milioni 285.518 euro.

A questo punto, di fronte a tale oceano di denaro in gran parte buttato al vento per dare un contentino (ma più spesso un contentone) a qualche politico trombato, ha senso vantare come straordinario risultato il risparmio dei 111 milioni spesi nel 2011 per compensi ai politici di tutte le 108 province italiane?

Perché questo, solo questo sarebbe il risparmio ottenuto dai conti dello Stato con la soppressione delle Province: 111 milioni all'anno. Poiché i servizi e i dipendenti (57mila) resteranno, se li accolleranno Regione e Comuni. E ciò, detto per inciso, migliorerebbe la condizione economica di parecchi lavoratori perché passando alle Regioni, dove vigono contratti più favorevoli, andrebbero a guadagnare un 20-30 per cento di stipendio in più. E quei 111 milioni risparmiati andrebbero a farsi friggere.

Insomma, viste tutte queste cose, e visti i risibili tagli apportati agli emolumenti dei parlamentari e degli amministratori regionali, non sentite anche voi in questa crociata anti Province una forte puzza di bruciato?

(17 giugno 2012)

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