Caporilli (Confcommercio): “Il problema del lavoro è la mancanza di lavoro, non i voucher” In evidenza

Giorgia Caporilli, di Confcommercio, interviene sulla questione voucher e problemi del lavoro.

Lunedì, 20 Marzo 2017 15:59
Questa la sua nota:

"Con un ennesimo blitz e senza preavviso, il Governo ha cancellato il lavoro accessorio, meglio conosciuto come "voucher", e, pur avendo dato la possibilità di consumare i buoni lavoro già acquistati per tutto l'anno 2017, di fatto ne sta impedendo la fruizione, avendo ad oggi bloccato tutto il sistema telematico di accredito.
In Italia c'è un'economia che sta in piedi per miracolo, grazie ai continui sacrifici di tanti piccoli imprenditori e di lavoratori che fino ad oggi hanno retto crisi difficilissime, talvolta a prezzi altissimi, quali il fallimento di dinastie imprenditoriali, la disoccupazione quando non il suicidio vero e proprio di singoli disperati.
Massacrati da una crisi economica finanziaria mondiale, da una normativa europea creata su un modello di media e grande impresa che, a poco a poco, ha soffocato quel vivace e fantasioso tessuto economico, meglio conosciuto come "Made in Italy", le aziende nostrane sopravvissute sono state da ultimo stordite da una nevrotica normativa del lavoro, che, oltre a non risolvere problemi, ha destabilizzato e reso incerto il mercato del lavoro.
Al Governo e a chi si è assunto la responsabilità di fare questa campagna demagogica contro i voucher, chiediamo il rispetto di queste aziende, di questi lavoratori e il rispetto dei contratti di lavoro in essere.
Chiediamo che venga ripristinato il diritto di avere un preavviso, almeno quello della vacatio legis, i 15 giorni dalla pubblicazione delle norme, prima di decidere le sorti di rapporti di lavoro e dei programmi economici aziendali.
Su tutto invece è calato il silenzio, lasciando oneri e responsabilità alle imprese che ad oggi non sanno che fare dei contratti in essere!

Facciamo presente, a chi non se ne è accorto o fa le orecchie da mercante, che il sistema dei voucher non è stato creato per risolvere il problema del lavoro ma dare risposta ad esigenze immediate e saltuarie: l'albergo che aveva bisogno di piccoli lavori di giardinaggio o manutenzione; l'impresa che chiamava una tantum un lavoratore per piccoli lavori di archivio o di pulizia; lo studente o il pensionato che arrotondavano paghetta o pensione per piccoli servizi o prestazioni; il disoccupato che poteva sopravvivere cumulando la disoccupazione con il lavoro accessorio; il padre di famiglia che poteva attraverso il voucher portare a casa qualche soldo in più, rispetto ad uno stipendio sempre più magro e inadeguato ai tempi.
Che si avesse bisogno di uno strumento, quale il lavoro accessorio, lo dimostra il fatto che anche il sindacato, anche la sigla portavoce di questa battaglia, ne facesse uso.
Se poi qualche spregiudicato ne abbia approfittato per sfruttare e fare illeciti guadagni a spese dei lavoratori e delle imprese oneste, era questo che si doveva colpire: l'abuso, non anche, il corretto uso. In Italia, però, non funziona così, non piace arrivare al nocciolo dei problemi per risolverli, piace fare gli struzzi, mettendo la testa e il buon senso sotto la sabbia.

Al nostro Governo e ai demagoghi del nostro Paese chiediamo se si sono resi conto che il problema del lavoro non sono i voucher ma la mancanza del lavoro stesso e, peggio, la mancanza di sviluppo economico e di una politica lungimirante.
La tristezza è vedere giovani disoccupati che, sempre più spesso, vengono a bussare per un tirocinio, per un lavoro extra, per un voucher, per avere qualche chance, per imparare o per potersi rimettere in gioco. La tristezza è vedere persone con idee brillanti che vorrebbero realizzare, attraverso la creazione di un'impresa, costrette a capitolare di fronte agli oneri, alla mancanza di credito finanziario e al giogo, sempre più opprimente, che uccide qualsiasi desiderio e idea imprenditoriale.

A tutto questo, però, sembra non si sia trovato niente di meglio che l'annullamento del voucher, ovvero di ciò che era già nato e dichiarato essere un contratto marginale. La soluzione pare debba essere il rigore di una normativa e di contratti imbriglianti e inadeguati che finiscono solo per tutelare i diritti di chi è già tutelato. Facciamo presente, a tal fine, che una semplice assunzione nel nostro Paese richiede ore di lavoro di professionisti del mestiere.
Posto che interesse primario del Paese e dell'impresa è il lavoro ben retribuito, la stabilità e la certezza economica, ci si dovrà ben rendere conto che ciò non si realizzerà con la soppressione del lavoro marginale oggi, come con la collaborazione a progetto ieri.

Intanto, però, oggi si sono creati problemi in più che non potranno avere soluzione, ovvero che risposta daremo al lavoro della madre di famiglia che puliva di tanto in tanto l'ufficio, o alla legittima necessità del padre di famiglia che arrotondava con i voucher o al disoccupato che cumulava qualche soldo con la disoccupazione.
Amici della CGIL e del Governo non rispondetemi che la soluzione è con un contratto di lavoro regolare perché, poste tutte le difficoltà già espresse, molti contratti collettivi non ci consentono di fare lavoro part-time al di sotto di minimi orari (16 ore nel CCNL terziario, 15 nel CCNL turismo).
Il lavoro a chiamata, che sarebbe un contratto regolare, non lo avete mai voluto regolamentare e, per quanto riguarda il disoccupato non penso che il suo bene e il bene del Paese sia quello di accontentarsi della disoccupazione o, peggio, il ritorno al lavoro nero".

Dott.ssa Giorgia Caporilli
CONFCOMMERCIO LA SPEZIA

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