Senza aiuti, piccole imprese sul lastrico In evidenza

di Daniele Siboldi

La Spezia - Le piccole e medie imprese, che rappresentano oltre il 60% dell’economia nazionale, stanno letteralmente agonizzando. Nella nostra provincia è ormai diventato un miraggio anche solo sperare di ricevere credito dalle banche e quando questo accade è soltanto per somme insufficienti e dopo attese sfiancanti.

Mercoledì, 07 Novembre 2012 14:47

O si cambia o si muore. È questo il motto che ha fatto da filo conduttore nell’incontro con la stampa di questa mattina, organizzato in Camera di commercio e che ha visto intervenire il presidente di Confartigianato e portavoce di Rete imprese Italia Alfredo Toti, il presidente di Confcommercio La Spezia Gianfranco Bianchi e il presidente di Confesercenti La Spezia Roberto Ferrarini.

Sotto accusa è finita tutta l’amministrazione pubblica, da quella locale a quella statale, con delle distinzioni però più che formali. Se da una parte infatti “la politica di rigore del governo – precisa Bianchi – ha generato un processo a due velocità, con la spesa della politica che rimane la più alta del mondo mentre l’economia reale stenta, è pur vero che i comuni pensano soltanto ai propri interessi e non riescono a vedere aldilà del proprio giardino”. Alcuni numeri per rendere meglio il concetto: ogni anno chiudono 1033 imprese al giorno, il monte delle insolvenze è salito a 88 miliardi di euro, i finanziamenti bancari sono calati tra giugno 2011 e luglio 2012 di circa 27 miliardi, la tassazione ha superato la soglia del 60%. ”Se a queste cifre – attacca Toti – sommiamo l’incertezza nei pagamenti, i ritardi e le difficoltà per ricevere crediti bancari, la fortissima crisi del settore nautico, che così tanto incide sul bilancio della nostra provincia, è presto spiegato come sia irreale sperare che le imprese possano cavarsela da sole. È per questo che chiediamo non solo che il governo cominci a interessarsi concretamente al problema degli sprechi, ma anche che le amministrazioni locali diano una scossa a un sistema che, allo stato delle cose, è fallimentare”.

Ed è proprio questo il punto su cui continua a battere Bianchi: ”Serve che i nostri sindaci capiscano che senza programmazione non c’è futuro. Ad esempio, chiudere completamente al traffico importanti siti turistici come Lerici, non rappresenta un modo per salvaguardare l’ambiente, ma è semplicemente un qualcosa che porta all’isolamento, alla perdita d’attrattiva del luogo in favore di altri. Questa non è economia, è logica: se un posto è scomodo da raggiungere, le persone, per quanto bello possa essere, ne  cercheranno un altro più agevole”. Chiarissimo il riferimento ai centri commerciali, mete decisamente più sponsorizzate anche dagli stessi enti pubblici.

“Proprio per questo – interviene Ferrarini – è arrivato il momento di alzare la voce, di chiedere con forza ai comuni di finirla con gli inutili egoismi, ma sedersi a un tavolo per parlare di politiche urbanistiche precise e condivise. Fino a pochi anni fa le piccole-medie imprese erano il simbolo dell’industria italiana nel mondo, un’industria che rappresentava eleganza e stile. Ora queste realtà stanno scomparendo e vengono trattate dal governo quasi come un problema fastidioso, più che come un problema sì, ma da risolvere positivamente per rilanciare il Paese”.

Ma per quanto riguarda il vero cappio dell’economia italiana, l’evasione fiscale? Risponde Toti: “Sono anni che Rete imprese spinge per il raggiungimento del contrasto d’interesse (in parole povere, quando la convenienza a evadere di un venditore trova un ostacolo nella convenienza a rendere nota la transazione al fisco da parte del compratore) e questa per noi sarebbe la soluzione più ovvia. Ma siamo aperti a qualsiasi proposta, l’importante è agire e non rimandare più”. Insomma, o si cambia o si muore.

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