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Incontro con l'autrice Giada Campus In evidenza

 La scrittrice ci racconta il significato e la genesi del suo libro "Con le mani nel cotone"

Lunedì, 31 Dicembre 2018 15:56

Giada perché hai deciso di scrivere un libro?
Sono una giornalista e mi piace scrivere. Sono un'osservatrice e sono anche molto curiosa, quindi catturo storie a destra e a manca. Ho sempre scritto racconti e poesie che ho tenuto per me. Alcuni racconti a sfondo sociale sono stati pubblicati in alcune raccolte. Poi sono stata incoraggiata a proseguire da Pierangelo Massa. Così due anni fa, motivata da una storia che avevo in testa, ho frequentato un corso di scrittura sul romanzo a Genova a Officina Letteraria, una realtà molto attiva nata da un'idea della scrittrice Emilia Marasco. Nei mesi successivi è nato Con le mani nel cotone. Ho presentato il mio manoscritto a Pentagora, una casa editrice ligure, che ha accettato di pubblicare il mio romanzo. Non pensavo di poter pubblicare davvero, invece Massimo Angelini, l'editore, mi ha dato fiducia. Avevo per le mani una bella storia e la voce della protagonista era davvero forte. Ho scritto per un anno mandandomi pizzini e sms da sola. Idee che poi sviulppavo durante il fine settimana. Franzisca ha smesso di parlarmi da poco, così ho potuto cominciare a scrivere un altro romanzo. Che fatica staccarmi da lei.

 

Vogliamo spiegare ai nostri lettori perché hai scelto come titolo "Con le mani nel cotone"?
Perché il romanzo è ambientato a Isorelle, alla filanda, uno stabilimento che ha operato tra ottocento e novecento e che ha dato lavoro soprattutto alle donne. Mia nonna, emigrata dalla Sardegna, ha lavorato per tanti anni al cotonificio Deferrari di Isorelle e, nel corso della sua vita, mi ha raccontato la sua esperienza. Ho tratto tanti spunti dai suoi racconti. Ricordo ancora la sirena che chiamava le lavoratrici e i lavoratori alla fabbrica, ricordi il paese che ruotava intorno alle attività del cotonificio. Anche la protagonista del romanzo, Franzisca (Francesca in sardo) va a lavorare alla filanda dopo aver subito violenze per vent'anni da parte del marito. Ecco il perché di quel titolo. Il cotone la salva da una vita disgraziata e le consente di iniziare un nuovo percorso.

Ci racconti con poche parole la trama del libro?
Il romanzo si svolge tra la Liguria e la Sardegna, terra di origine della protagonista. È una storia di soprusi, violenza, isolamento e solitudine, poi la protagonista trova una via d'uscita grazie alla solidarietà delle donne della filanda, all'amicizia e al lavoro. È una storia di riscatto personale ma anche di dolore. Gli uomini non ci fanno una bella figura nel mio romanzo. Le donne sì, ma non tutte.

Non è che come appartenente a un'organizzazione sindacale hai scritto un libro come denuncia di problematiche che si speravano in regressione e che invece purtroppo continuano ad essere una piaga?
Il romanzo è nato anche grazie ai racconti di alcune donne anziane. Quando ero bambina ascoltavo i discorsi dei grandi, soprattutto delle donne, che raccontavano le violenze che subivano altre donne di loro conoscenza. Pensavano che non potessi capire la gravità di quelle parole. Purtroppo il mondo non è cambiato e a quei racconti si è sommato il dramma ancora attuale. La cronaca nera parla chiaro. Così è nata la mia Franzisca. La nostra società va rifondata, bisogna ripartire dalla scuola, dalle famiglie, dalle istituzioni per educare donne e uomini diversi capaci di riconoscere diritti e doveri per poter agire nel mondo con rispetto e umanità. Questo è un compito molto difficile. Ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte. Per quanto mi riguarda viviamo in una società maschilista, detesto l'arroganza e il paternalismo e credo che le due giornate all'anno dedicate alle donne siano per il momento solo una gentile concessione. Abbiamo bisogno di spazi espressivi e bisogna imparare ad occuparli e ad essere determinate, non con arroganza ma con la forza delle idee e con la consapevolezza delle nostre capacità.

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