"La Resistenza delle donne fu fatta con il cuore, non solo con le armi" In evidenza

"Sebben che siamo donne", volume scritto da Pagano e Mirabello, è stato presentato a Lerici.

Lunedì, 12 Febbraio 2018 13:49

 

Il libro di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona Operativa, tra La Spezia e Lunigiana” (edizioni Cinque Terre), dopo la prima presentazione alla Spezia, è stato presentato a Lerici in Comune, per iniziativa della locale Sezione dell’Anpi e dell’Associazione Culturale Mediterraneo. In una sala consiliare gremita, dopo la presentazione multimediale a cura del Gruppo Fotografico Obiettivo Spezia e il saluto del Sindaco di Lerici Leonardo Paoletti, sono intervenuti Margherita Manfredi, ricercatrice di storia lericina, e Pierfranco Pellizzetti, scrittore e opinionista di Micromega.

Margherita Manfredi ha sottolineato come il libro unisca competenza storica e capacità di appassionare e di emozionare, offrendo un affresco completo del contributo delle donne, “per molti anni dimenticato da una Resistenza letta solo al maschile”. La Manfredi si è in modo particolare soffermata sulle pagine che il libro dedica a Bianca Paganini, cattolica, a Laura Seghettini, comunista, e a Carmen Bisighin, di Giustizia e Libertà, evidenziando il carattere plurale della Resistenza, e ha ripercorso il rapporto delle donne partigiane con le armi: “Non hanno mai sparato, o l’hanno fatto solo per difendersi... la Bisighin, nella sfilata a Spezia dopo la Liberazione, in mano non aveva una pistola, ma il fazzoletto di pizzo”.

Pierfranco Pellizzetti ha definito il libro “un canto polifonico di voci flebili in questi tempi di negazionismo”: le donne, nella Resistenza, furono relegate a un ruolo minore, subalterno, e spesso lo accettarono, vittime di una cultura patriarcale. E poi, nel dopoguerra, “le loro speranze furono sopraffatte dalla delusione”.

Infine gli autori. Per entrambi il ruolo delle donne fu “decisivo”. Pagano ha ricordato la testimonianza di Laura Seghettini: “Laura, la donna simbolo della Resistenza con le armi racconta che nel carcere di Massa, prima di salire ai monti, incontrò due madri pontremolesi imprigionate perché i loro figli avevano eluso la chiamata alle armi dei repubblichini, e dice: la loro Resistenza, fatta con il cuore e non con le armi, è stata importante come la mia”. Nel libro, ha aggiunto, c’è il racconto delle tre madri di Godano incarcerate a Spezia per lo stesso motivo: “sono il simbolo della nostra Resistenza civile e sociale, che fu fondamentale per il successo di quella armata”.

Pagano si è poi soffermato sulla Resistenza lericina, contrassegnata dal contributo della classe operaia: Lina Isoppo, una delle protagoniste del libro, era un’operaia, come il marito, Alfredo Ghidoni. Ma “il segno della Resistenza non è solo quello di classe”, ha continuato, “è molto più ampio grazie al contributo delle donne delle campagne e delle montagne: senza il loro aiuto, variamente declinato tra silenzio, protezione, cura, assistenza, il movimento partigiano non avrebbe potuto farcela”. Il contributo e il sacrificio dei lericini durante il ventennio, con i tanti inviati a confino come Ghidoni, ha continuato Pagano, “rovescia il cliché revisionista del fascismo bonario, tutto retorica e teatralità, con poca violenza... il fascismo ebbe in realtà caratteristiche liberticide, oppressive e criminali”.
Circa il rapporto delle donne “con un esercito partigiano che era certamente maschilista e gerarchizzato”, Pagano ha affermato: “In alcuni momenti e comportamenti questo esercito seppe prefigurare qualcosa di nuovo: la democrazia, un diverso modello di uomo e di società. Lo scontro tra vecchio e nuovo caratterizzò l’atteggiamento nei riguardi delle donne combattenti: convissero tendenze opposte. In tutte le formazioni, garibaldine, gielliste, cattoliche e moderate: è la ‘Centocroci’ di ‘Richetto’ quella che appare meno preconcetta, nel racconto di Rosetta Solari; ma molte garibaldine, da Angela Bastelli a Vera Del Bene, da Giuseppina Cogliolo a Laura Seghettini, dicono di essersi sentite ‘sorelle’ dei partigiani”. Tra le parole simboliche di questi momenti e comportamenti nuovi ci sono quelle con cui Laura Seghettini racconta di quando “Facio” rivelò a tutto il Battaglione “Picelli” il loro amore: disse “Laura ha scelto me”. “Nella cultura dominante -ha sottolineato Pagano- erano gli uomini che sceglievano le donne”.

Maria Cristina Mirabello ha parlato, a proposito della Resistenza al femminile, di “quotidianità eroica”. “Non ci sono inclite gesta -ha affermato- eppure se non fossero stati compiuti e ripetuti da quelle donne quegli atti quotidiani, l'esercito partigiano in armi non avrebbe potuto resistere. Che cosa fecero le donne? Specie nelle zone urbane molte furono dattilografe, staffette, porta-ordini, affidatarie al contempo di documenti segreti che implicavano un rischio continuo, nelle campagne e nelle montagne esercitarono funzioni protettrici, curatrici, rifocillatrici, vigilando, operando o semplicemente tacendo. Ma anche tacere è una grande virtù. Per alcune, che salirono ai monti, ci fu anche l’impegno nei reparti combattenti.
“Altra cosa da sottolineare -ha detto- è la gioventù delle protagoniste; non che negli elenchi dei riconoscimenti ufficiali manchino donne mature o decisamente anziane ma la Resistenza raccontata ci sembra fondamentalmente un qualcosa di donne giovani che attraverso essa affiorano alla luce della storia, vivendola come un grande “romanzo di formazione”. La Resistenza diventa perciò una specie di orizzonte significativo, più alto per capacità di ispirazione di ogni orizzonte successivo, quando la legislazione ordinaria si adeguerà lentamente e faticosamente al dettato costituzionale riguardante l'eguaglianza fra sessi, dettato reso possibile proprio dalla Resistenza.
“Dunque è vero -ha concluso- che se poi ci fu un ritorno indietro delle donne, nel ’43-45 una breccia si aprì, e sotto l’apparenza qualcosa rimase, per dare frutti negli anni successivi”.


(Foto: Enrico Amici)

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