“Eppur bisogna ardir” presentato a Genova, Pagano: “Dimostriamo di essere cittadini, non sudditi, come fecero i ragazzi dalle magliette a strisce 56 anni fa” In evidenza

La presentazione di "Eppur bisogna ardir a Genova. La Spezia partigiana 1943-1945" di Giorgio Pagano, organizzata dal V Municipio in collaborazione con l'Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell'Età Contemporanea, la Casa della Resistenza e l'Anpi, è stata soprattutto un'occasione, a 56 anni dalla lotta genovese del 1960, per discutere dell'eredità della Resistenza, tema a cui è dedicato il saggio conclusivo del libro.

Venerdì, 01 Luglio 2016 10:31
Nadia Benzi, della Casa della Resistenza, ha introdotto l'incontro definendo "Eppur bisogna ardir" un libro "scritto con il rigore dello storico ma adatto anche a un pubblico vasto, in particolare ai giovani delle scuole". La Benzi si è soffermata in particolare sul capitolo del libro intitolato "Facio e Laura", dedicato all'uccisione del partigiano Dante Castellucci "Facio" per mano di altri partigiani: "dobbiamo fare luce su questi episodi perché conoscere le ombre serve a fare emergere e a fare apprezzare di più le luci della Resistenza".


"Libro ricco di emozioni e riflessioni", lo ha definito Mino Ronzitti, presidente dell'Ilsrec, che evita l'agiografia anche mettendo in luce la Resistenza non solo come "guerra nazionale" e "guerra sociale" ma anche come "guerra civile" contro i fascisti. Sull'eredità della Resistenza Ronzitti ha detto: "le forze politiche che avevano fatto la Resistenza e avevano saputo scrivere la Costituzione negli anni successivi si diedero due progetti radicalmente alternativi e non si identificarono più nell'antifascismo come patrimonio condiviso". La guerra fredda, ha concluso, "ha impedito di fare i conti con il passato dell'Italia e ha prodotto due rimozioni, sul passato fascista dell'Italia e sulle ombre della Resistenza, come dimostra la vicenda di Facio".


Infine l'autore: "Cinquantasei anni fa la mobilitazione contro il governo Tambroni e il Msi aprì una fase nuova nella storia del Paese. La sofferta nascita del centrosinistra fu accompagnata da un processo di rilancio della Resistenza e dell'antifascismo. La svolta del luglio 1960 sanò alcuni degli esiti più dolorosi della rottura dell'unità antifascista del 1947-1948. Si tornò a celebrare in forma unitaria il 25 aprile, in una stagione e in un clima culturale in cui l'antifascismo venne ricollocato all'origine della Repubblica. Si cercò di farne un valore largamente diffuso e condiviso, 'paradigma' unificante del comune sentire della grande maggioranza degli italiani. Il centrosinistra venne vissuto come una ripresa della collaborazione interrotta nel 1947-1948. Lo schema, in forma più ampia, riaffiorò negli anni '70, con il compromesso storico. Ma restò sempre il problema dell'anticomunismo: la drammatica contraddizione della vita politica nazionale su cui si infranse la possibilità, per l'antifascismo, di diventare la forma italiana del 'patriottismo costituzionale'. La sconfitta del compromesso storico comportò, non a caso, la sconfitta dell'antifascismo, che era stato strettamente associato a quella politica. Per molti anni, a partire dagli anni '80, antifascismo e comunismo saranno strettamente identificati. L'antifascismo -e, per la prima volta, anche la Costituzione- pagarono un prezzo altissimo: saranno visti come ostacoli alla 'modernizzazione' del Paese". Fino ai giorni nostri: quelli della scomparsa dei partiti e dell'oscuramento delle origine antifasciste della Repubblica".

Pagano ha così concluso: "Ora che anche la seconda Repubblica è finita, che fare? Dal '45 a oggi è uscita stritolata la Resistenza popolare e civile, delle donne e degli uomini comuni, che avrebbe dovuto essere posta a fondamento del tentativo di formare le 'virtù civiche' degli italiani. Ma è da qui che occorre ripartire: dalle persone, dalle donne e dagli uomini semplici che hanno fatto la Resistenza, e poi la storia democratica del dopoguerra e di oggi. Animati dalla stesso coraggio morale di allora, dallo stesso 'ardir'. Il dibattito costituzionale è un'opportunità: le donne e gli uomini semplici possono dimostrare di voler essere cittadini, non sudditi. Come fecero i 'ragazzi dalle magliette a strisce' cinquantasei anni fa. Ed esercitare la 'mente costituente' che è mancata ai vertici del potere, difendendo a grande maggioranza lo spirito e la lettera della Costituzione nata dalla Resistenza".

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