Quando Shelley venne a Spezia per cercare casa In evidenza

di Gino Ragnetti

LA SPEZIA - La bravissima Sondra Coggio ha fatto un altro colpo. Ha pubblicato sul Secolo XIX, il suo giornale, la notizia che Villa Shelley di San Terenzo è in vendita. I proprietari vogliono monetizzare cedendola per quattro milioni di euro.

Mercoledì, 22 Agosto 2012 18:18
Una cifra astronomica, lontanissima dalle possibilità del Comune, ma anche dell'amministrazione statale preposta alla tutela del patrimonio culturale, per cui è prevedibile che quel piccolo gioiello finirà nelle mani di qualche magnate russo o di chissà quale altro Paese. Purtroppo, infatti, tutti i propositi manifestati in passato di una acquisizione di quell'immobile al patrimonio pubblico si sono sempre rivelati per quello che erano: solo chiacchiere, parole in libera uscita.

Villa Magni, più nota appunto come Villa Shelley, sino alla fine dell'800 con il suo inconfondibile portico sporgeva quasi sulla scogliera; poi fu costruita la strada fra San Terenzo e Lerici e la casa si trovò di punto in bianco allontanata dal mare, quel mare che aveva fatto dire a Paolo Mantegazza "più nave che casa".

Percy Bysshe Shelley, la moglie Mary Wollstonecraft Godwin, autrice di Frankenstein, il figlioletto Percy Florence, e la sorellastra di Mary, Mary Jane Clairmont detta Claire, erano arrivati nel golfo il 26 aprile del 1822, ma la casa prescelta per un soggiorno che progettavano piuttosto lungo, non era pronta, mancavano tutte le suppellettili. Perciò Mentre Percy si sistemava in una locanda di Lerici in attesa che i due barconi noleggiati a Livorno gli portassero la mobilia, la moglie, il bambino e Claire prendevano alloggio in un albergo della Spezia.

Si dice che Shelley mai mise piede sul suolo della Spezia, ma non è vero. Questo è un particolare poco o punto conosciuto dagli spezzini, ma è pura verità (ne do notizia nel mio Ottocento). Il grande poeta romantico inglese ci venne infatti nel febbraio del '22 in compagnia dell'amico Edward Williams proprio per cercare in città una casa che andasse bene per il lungo soggiorno che avevano pensato per l'estate a venire. Ma tutto quello che gli agenti immobiliari del tempo gli avevano mostrato non li aveva soddisfatti. Shelley, Mary e gli Williams non avevano in realtà grandi pretese, ma del gruppo in quella villeggiatura doveva fare parte anche l'amico George Gordon Byron, e l'eccentrico lord, aduso ad occupare interi palazzi, non si sarebbe certo accontentato di quattro stanze in croce. Abituato a circondarsi di ogni comodità, soléva viaggiare su una raffinata carrozza napoleonica trainata da due pariglie con valletti assisi davanti e dietro l'imperiale, con sette servitori al seguito assieme a due fourgon con i mobili e pile di libri, un bulldog, due gatti, una scimmia, tre pavoni, due oche, alcune galline e nove cavalli. Mai e poi mai si sarebbe pertanto adattato ad alloggiare in una magione men che lussuosa.

Ad aprile, invece, le cose erano cambiate. Per via di tutta una serie di situazioni sgradevoli il rapporto con Byron si era molto raffreddato, e con la scusa che alla Spezia non s'era trovato un alloggio che potesse soddisfare il lunatico lord, Shelley prese a pigione dai marchesi Ollandini il villino che sporgeva sul mare già adocchiato durante la spedizione spezzina di febbraio, un ambiente che Shelley, Mary e gli amici adoravano.

Finalmente arrivati i mobili e sistemate le cose, la famigliola si trasferì a Casa Magni dove il giorno seguente fu raggiunta da un paio di amici, i coniugi Edward e Jane Williams, e da uno stuolo di servitori.

Molte cose si conoscono dei disinvolti comportamenti di quella banda di hippies dell'Ottocento, comportamenti che scandalizzavano i santerenzini. Poi arrivò la barca ordinata da Shelley. Arrivò già battezzata con il nome di Don Juan suggerito da Byron al costruttore, il comandante Daniel Roberts, ma Shelley e Mary avevano in mente qualcosa di diverso: volevano chiamarla Ariel, e su questa storia Shelley si stizzì parecchio, affannandosi anzi a raschiare via quasi con rabbia dalla chiglia e dalle vele quel Don Juan imposto da Byron.

Comunque sia nei giorni seguenti Shelley, Edward, John Trelawny, una specie di avventuriero dei mari del sud rimasto ospite per cinque giorni di Casa Magni, e Charles Vivian, il diciottenne mozzo inglese arrivato con la barca, che li seguiva come un'ombra, si divertirono un mondo girovagando nel golfo con la Ariel. Vennero anche a darsi un po' di arie, mostrando un'abilità nautica per la verità piuttosto discutibile, proprio davanti alla spiaggia della Spezia.

Poi cominciarono a spingersi sempre più lontano, al Tino, che Shelley definì isola delle sirene, quindi a Marina di Massa, e infine a Livorno, il fatale viaggio nel quale il poeta, l'amico Edward e il giovane Charles avrebbero perso la vita naufragando a causa di un improvviso fortunale a un miglio al largo delle bocche del Serchio mentre tornavano a San Terenzo.

È curioso notare di quanto poco in genere si parli della produzione letteraria messa insieme da Shelley durante il soggiorno lericino. Egli infatti scrisse due opere importanti: Lines written in the bay of Lerici, e il Triumph of life, poema rimasto incompiuto, spezzato dalla burrasca che si portò via quel carducciano "spirito di Titano entro virginee forme", troncato proprio sulla domanda – fatalità della vita. O della morte? – che a ben vedere da sempre insegue il genere umano: Then, what is life?

La conclusione di questa storia la prelevo da Ottocento Quando Spèza divenne Spezia:

«I resti dei tre – con lui c'erano Williams e Vivian, mentre Roberts era rimasto a Livorno – furono ritrovati quindici giorni dopo, "straccati" sulla spiaggia all'incirca quattro miglia l'uno dall'altro, e per ragioni di regolamenti sanitari, al fine di evitare pestilenze, vennero trattenuti in quarantena, coperti di calcina forte e sepolti nella sabbia. Infine, il 15 di agosto alla presenza di Mary, Hunt, Trelawny e Byron, e di alcuni gendarmi e funzionari di polizia, il corpo di Shelley fu dissotterrato e arso su una pira di rami di pino eretta sulla spiaggia di Viareggio in località alle due fosse. Solo il cuore non bruciò, e Trelawny allora lo raccolse e dopo averlo riposto in un recipiente sotto aceto di vino lo porse a Mary la quale lo collocò in un cofanetto che divenne suo inseparabile compagno fino alla morte. Durante il viaggio in carrozza che doveva riportarla in patria, tenne la macabra reliquia sulle ginocchia, racchiusa fra le mani, come a proteggerla con il suo amore. Lì c'era lo spirito immortale di Shelley.

Mary morì il primo di febbraio del 1851 a Londra e fu inumata insieme al cuore di Shelley nel cimitero di Saint Peter a Bournemouth, nella contea inglese del Dorset.

Le ceneri del poeta raccolte dallo stesso Trelawny furono invece deposte il 21 gennaio del 1823 nella parte alta del Cimitero acattolico di Roma, davanti alla Piramide di Caio Cestio. Sulla lapide sono scolpiti tre versi del canto di Ariele, dalla "Tempesta" di Shakespeare: Niente in lui che perire possa / che il mare non lo vada convertendo / in qualcosa di ricco e di stupendo».

(22 agosto 2012)

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