"Iè andà da Pincetti", i modi di dire spezzini (seconda parte) In evidenza

Pubblichiamo la seconda parte del contributo di Francesco Falli sui modi di dire spezzini.

Mercoledì, 06 Maggio 2020 09:09

IA PIA' NO SCIAFON DE MANGHEBA
(it. ha ricevuto un violento manrovescio!) si dirà dello studente spezzino che, stanco dei continui rimproveri dei genitori, reagendo alle rimostranze per l'imprevisto 2 di matematica (in presenza di una consolidata media del ‘’3’’) subirà in rappresaglia uno schiaffone (almeno, questo capitava una volta: oggi il genitore rischia sei denunce). Mangheba è una parola bellissima, composta da mano (man) e gheba (gobba), cioè la mano gobba, storta, o la mano sinistra per i destrimani; la mano storta intende descrivere sia lo schiaffo dato verso l'esterno del proprio corpo (il classico manrovescio, potente specialmente quando inatteso) sia una mano posizionata in modo da colpire con forza...

IE' ANDA' DA PINCETTI
(it: è andato dal sig Pincetti) o anche Pinceti, per alcuni. Frase che non si usa da decenni: i nostri predecessori spezzini la utilizzavano a fine '800 e nei primi del XX secolo, per dire di chi era ospite delle patrie galere, all'epoca collocate in una casetta di Via Prione, dove i carcerati dialogavano coi passanti e il custode era solo uno: appunto, l’esimio signor Pincetti (o Pinceti).

GUANTA NA MAGIA
(it: agguanta una maglia) sarà la frase che verrà rivolta all'esagerato cantore delle proprie capacità, o gesta, di volta in volta sportive, amorose, di carriera ecc ecc. La frase deriva dal marinaresco agguanta una maglia della catena , cioè frena, fermati, e oggi si usa ancora per riportare su binari più quotidiani colui che le sta sparando veramente grosse.

TEI BELA COME ER CUO DE NA PADELA
(it: sei bella come il culo di una padella)...dirà il gentiluomo in piazza Saint Bon alla di lui compagna che non manifesterà alcuna intenzione di seguirlo in trasferta con gli Ultras dello Spezia Calcio. Per rendere meno nostalgico il momento, e ferire nell'orgoglio la sua spaviccia (it: fidanzata)che lo ha respinto, lo spezzino verace dunque non esiterà, venendo meno alla tradizionale, abituale galanteria ed amabilità, a paragonarla ad un oggetto poco elegante.

TEI DAVEO UN LEPEGOSO
(it. sei un pò viscido, direi) ci si rivolgerà con questo termine all'amico /conoscente che sta guardando con insistenza la nostra compagna e le rivolge parole ambigue; o altrettanto faremo con il collega che ha appena asserito, di fronte al capufficio, di voler lavorare anche gratis in sì lieto ambiente: mentre pocanzi aveva definito lo stesso capufficio una sorta di carovana ambulante della sagra delle lumache, in relazione al notevole quantitativo di corna possedute.

MA COS TE FE'
(it: ma cosa fai) anche nelle varianti MA COSS TEFE' o MA COSTE FAE è una piccola frase usata da molti anziani spezzini come intercalare, oltre che per chiedere spiegazioni al nipote che sta cercando di bruciare il libro di aritmetica nel lavabo. Chiaramente incomprensibile ai non indigeni, quando viene pronunciata rapidamente, in genere non comporta l'attesa d'una replica, ma si usa come aggancio e ponte fra l'una e l'altra frase.

IE' COME ER CAN DER LECCIA
completata da ... CHE LO PRENDE NEL Cxxx E POI DISA CHE BECCIA (it: è proprio come il cane del signor Leccia, che dicono abbia grandi doti amatoriali, mentre in realtà si compiace di frequentare sessualmente altri cani maschi) proverbio antico, al punto che si sono perse le informazioni del padrone del cane, e che risente molto, è ovvio, dell'impronta assai omofoba dei tempi andati.

SE NE GHE NE' DE VINTI,NE GHE NE' MANCO A QUARANTA
(it: se non ne abbiamo a venti, neppure a quaranta) è la classica affermazione rivolta all'attempato ex giovane bighellone che, poiché a 40 anni di età non ha ancor concluso molto, o ha addirittura fatto dei veri casini, viene ricordato per esser stato uno che anche a 20 anni non prometteva molto. Frase che risale a tempi antichi, nei quali un 40 enne era già prossimo alla pensione: oggi assume una valenza attualissima: sia nell'ottica dei bamboccioni legati al nido d'origine, sia nel contesto di precariati lavorativi vari che inseriscono (quando avviene) un individuo nel mondo del lavoro ben oltre il 40esimo genetliaco.

TEI CAGA' E SPUDA' TE MAE
(it. come somigli alla tua cara mamma!!) sarà la affermazione della popolana sprugolina di fronte al figlio della ex vicina di casa rivisto, con la madre, in Piazza del Mercato, dopo qualche tempo: oooooooooooh ber me ninin, tei caga' e spuda' te mae... (it: mio caro ragazzo, sei veramente somigliante , in pratica una goccia d'acqua, alla tua mamma!) Esistono numerose varianti della frase: TEI CAGA' E SPUTA', più rigido per la zona lericina; oppure TEI CAGA' E SPOTA' , influenzato da altri dialetti limitrofi.

E TEI N BEO GAGISTRON (e termini assimilati)
(it. non sei esattamente un fine pensatore) dirà lo spezzino verace all'amico e/o interlocutore che s'è distinto per un ragionamento, od un comportamento, piuttosto idiota. Numerosissime le varianti del termine: da gagistron si può passare a ghigion (che deriva dall'ittico ghigione, un pesce tipico del Golfo spezzino) per arrivare al termine, un tempo usatissimo, che è gaina (e che, in assoluta comunanza con l'identico termine veneto, sta a indicare la gallina, un animale non propriamente acuto.) Di gaina ci occuperemo a breve; mentre il termine gaggion (gabbione) era la comune definizione del Regio Arsenale, per i veri spezzini del tempo (1880 ca. e seguenti), rapidamente ridotti in minoranza dall'enorme afflusso dei lavoratori della struttura: un gabbione, appunto.

SALUTO IL MIO AMICO GAINA (accento sulla I)
(it. ciao gallina!) D'incerto senso e significato iniziale, oggi il termine è usato piuttosto poco e solo fra i meno giovani, salvo rarissime eccezioni. Fra spezzini amanti del loro idioma, gaìna resta un appellativo scherzoso, che nasce dalla volontà di individuare un falso furbo, un qualcuno che commette errori spesso, o che le spara grandissime al bar. Il termine spezzino ha avuto una piccola (ma di certo non recepita dai più) diffusione nazionale quando, la sera del 3.1.2003, nel congedarsi dalla trasmissione RAI L'eredità, lo spezzino Francesco Falli (autore di queste righe), campione della sera precedente, volle rispondere così alla richiesta del conduttore Amadeus di salutare qualcuno: ‘’certo, saluto il mio amico gaìna’’. In questo modo, ogni persona conosciuta dal concorrente ritenne di essere stata citata in tale occasione mediatica. Un ragionamento da vere gaìne.

TEI CIU' DUO TE CHE 'N BELINO 'N VIAGIO DI NOZE
(it. hai una tale ottusità mentale, da superare la durezza erettile di un giovane allupatissimo) frase che a nostro modestissimo avviso non necessita di alcuna spiegazione. Se è permessa una sola minima riflessione, la frase è evidentemente nata in un tempo remoto, e lo si comprende dal descritto vincolo matrimonio-esercizio sessuale, ripreso dal detto.

CHI DE GAINA NASSA, TERA RASPA
(it. chi nasce gallina raspa tutta la vita) frase dialettale tipica dei residenti dell'amena località di Stadomelli tratta dal libro di Oriana Drovandi ‘’Scozzacampane de Stadomè...’’ che ricorda questa, ed altre frasi ripetute per generazioni fra i boschi e i ruscelli della Valle del Vara.

TEI DAVEO NA LEGEA
(it. sei veramente una leggera) si dirà del poco affidabile personaggio spezzino che, sordo agli elementari principi della convivenza, dimentica di volta in volta di mantenere fede all'impegno assunto, sia esso un banale appuntamento per offrire l'aperitivo agli amici, sia la restituzione del prestito assicurato dall'intera comitiva di amici fedeli, usato per viaggi e vacanze, e non per l’annunciato avviamento di preziosa attività imprenditoriale (import-export di lupini).

NE' DE MAGIO NE' DE MAGION, NE TE LEVAE ER PELICION
(it. non levarti il cappotto in primavera) frase che vuole segnalare come, con l'arrivo dei primi caldi, lo scoprirsi dagli indumenti dell'inverno agevoli il rischio di raffreddori, influenze, malanni vari, che la saggia Maieta ricordava sempre al pargolo 26enne Umbe, alto 1.94: ‘’Oh Umbe ne te stae a levae er capoto chi è sempre fredo anchè’’, nelle sere di maggio, quando Umbe raggiungeva la abitazione (peraltro posizionata a circa 25 metri) della spaviccia (fidanzata) Margò.

NE TEI NE' OCA NE' USEO
(it. non sei nè oca nè uccello) è la caratteristica definizione sprugolina del giovane che non riesce a piazzare se stesso nella società; che sta un pò coi suoi e un pò convive con qualche sventurata; che lavora un pò sì e un pò forse; o anche nello stesso modo sono definite dai vecchi quelli cose poco nette, come magari certi abbigliamenti moderni che non sono eleganti, nè sportivi, nè casual e, appunto: "oh ber me fante, concio così nè tei n'oca nè useo: ma cangiate!".

TE GHE VOGIA DE ASPETAE
(it. hai voglia di aspettare!) frase rivolta, insieme ad alcune maledizioni e contumelie varie, all'amico che deve restituire al legittimo proprietario lo spiderino, col quale sta scarrozzando su e giù per Portovenere la giovane avvenente che deve trovare un valido motivo per concedersi al ragazzo (vedi frase: CHI GHE LA' D'OO ecc). Frase egualmente recitata dal marito alla ormai anziana consorte che da ore è attesa di rientro dalla parrucchiera (se molto anziana, viene chiamata pettinatrice),con l'aggiunta della ovvia (per lui) affermazione...a gò na fame, cos te fè da mangiae?. E la moglie, gentilmente, con tenero trasporto: ma te scio-pessi...pensaghe te.

MA I NE SE REVA ER CASONETO!
(it: ma non si apre il cassonetto) frase che ha visto una impennata di citazioni simili da quando sono stati introdotti i moderni sistemi di raccolta differenziata, inclusi i cassonetti ad apertura con tessera, codici e altre delizie, che incontrano spesso le difficoltà degli spezzini più anziani, non proprio dei ‘’nativi digitali’’. A ciò si aggiunga una non sempre brillante funzionalità dello strumento, col risultato di una lunga serie di imprecazioni assortite.

IE’ CIU’ SEMO LU’, CHE TREI DELL’UNPA
(it. è più scemo lui, che tre addetti dell’UNPA). L’UNPA era la Unione Nazionale Protezione Antiaerea, e in realtà molti di coloro che ne facevano parte si prestarono a tanti interventi per cercare di salvare i cittadini colpiti nei drammatici bombardanti della Seconda guerra mondiale che, come è noto, colpirono seriamente anche Spezia. Ma siccome questi addetti avevano anche un ruolo di vigilanza preventiva, e dalla strada urlavano verso le abitazioni se un po’ di luce filtrava, nel buio serale, dalle finestre, venne presto varata anche nei loro confronti la consueta satira nazionalpopolare.

Leggi qui la prima parte

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