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Val di Magra, una storia di violenza domestica e la prova che se ne può uscire In evidenza

di Luca Manfredini – Dal matrimonio su ordinazione ai lunghi anni di segregazione e violenza, termina finalmente l’incubo di una giovane donna.

Il divorzio e l’arresto del marito aguzzino consentiranno ora alla donna di vivere una vita normale, seppure segnata nel fisico e nell’anima dalle tante angherie subite da quell’uomo.

Gazzetta della Spezia ne ha parlato con Daniela De Lucchi, al tempo dei fatti raccontati Presidente dell’Associazione Vittoria e intervenuta sin da subito per seguire la donna, conquistarne la fiducia e inserirla in una residenza segreta e protetta durante i 4 anni processuali avviati dalla denuncia della stessa, e conclusi ora con un verdetto di carcerazione di 5 anni e mezzo.

La storia è già conosciuta ma è interessante riviverla anche grazie alle testimonianze della De Lucchi.

Arrivata in Italia dal Marocco all’età di 19 anni, in seguito ad un vero e proprio contratto in lingua francese redatto nel paese di origine, la donna in questione aveva iniziato questo burrascoso rapporto con il marito a lei predestinato da una compravendita basata su doti in denaro e obblighi per noi difficilmente valutabili.

La donna, ora poco più che trentenne, aveva ben presto scoperto la difficile vita cui era sottoposta dal marito ultra cinquantenne, ma non aveva mai trovato la forza di ribellarsi.

L’Italia Paese ospitante e la possibile integrazione con una diversa cultura le venivano negati in toto dal compagno che si limitava a tenerla segregata in casa, libera solo di uscire per portare i 4 figli avuti dalla relazione alla fermata dell’autobus scolastico.

Nessuna possibilità di spesa nei centri commerciali, nessuna relazione con donne italiane, nessuna libertà se non sotto l’occhio attento del consorte: lavoro costante in casa dedicato alla famiglia e null’altro, neanche l’opportunità di avere una regolare cittadinanza italiana, del cui avvio delle pratiche l’uomo si era sempre ben guardato per mantenere un’ulteriore arma di ricatto sulla consorte.

Segregazione quindi, e violenze fisiche ripetute dal compagno marocchino che sfogava su di lei una sua innata propensione all’aggressività non motivata peraltro da frustrazioni economiche o lavorative, visto la sua regolare cittadinanza da più di 20 anni ed il suo lavoro fisso in una ditta edile.

L’uomo era infatti conosciuto come violento e si era già fatto notare sulle cronache locali per un episodio del 2015: una lite con un suo connazionale era finita ad accettate.

Le sue accuse iniziali alla donna per una presunta incapacità di concepimento nel primo periodo di matrimonio sono presto cadute a seguito dei 4 figli seguiti, ma sostituite da futili motivi e scuse con cui veniva impedita a lei ogni forma di socializzazione che fuoriuscisse dalle 4 mura di casa.

La donna era spesso sottoposta a minacce con il coltello e presa a pugni, calci e bastonate. Si, bastonate, in cui l’uomo addirittura si lamentava della solidità dei manici in legno delle scope, troppo delicati a suo dire, tanto da fargli preferire il bastone di una vanga e colpirla alla schiena mentre lei si nascondeva raggomitolata sotto il tavolo per fuggire alla sua furia.

Una vertebra rotta, un referto iniziale di 40 giorni, una lunga operazione con rischio di paralisi per fuoriuscita di midollo spinale, placche inserite ed una semi invalidità permanente, che ha complicato il suo inserimento lavorativo successivo, sono il risultato del folle gesto.

Folle gesto che era stato inizialmente nascosto e raccontato dalla donna come una caduta accidentale dalle scale di casa.

Tutto perché lei ambiva a vivere “all’occidentale” come si suol dire?

Forse, ma forse è più corretto dire che lei “solo ambiva e ambisce a vivere”, nulla di più.

Ora grazie al perfetto connubio tra Centro Antiviolenza, Medici e Procura questa normale esigenza le sarà concessa.

delucchiSulla sentenza finale del caso seguito sin dall’inizio Daniela racconta le sue considerazioni:

“Contenta di una persona finita in galera? No, certo, ma serena della giustizia fatta, consapevole di avere contribuito con l’Associazione ad evitare una sicura tragedia e sollevata per la chiusura di una violenza lunga 15 anni – spiega – tutto questo grazie ad un intervento perfetto di rete: centro antiviolenza, Pronto Soccorso e Procura. Ognuno con i propri ruoli ma in piena collaborazione, tutti consci della necessità di agire veloci ed uniti. Dai medici alla Giustizia, che in soli 4 anni è riuscita a completare tutti i tre gradi di giudizio, siamo riusciti a risolvere uno dei casi più violenti mai registrati nella nostra Provincia. Con un’equipe di persone che sanno supportare e dare autonomia si è chiuso il cerchio in maniera costruttiva e ridato speranza di vita ad una persona ed ai suoi figli”.

E’ soddisfatta Daniela, presente alla richiesta di aiuto della donna in quel lontano 28 novembre 2015 quando il Pronto Soccorso era intervenuto su un “codice rosa” per un occhio nero, l’ennesimo "omaggio" dei pugni del marito.

Quell’episodio aveva stimolato a rileggere gli “accessi precedenti” al Pronto Soccorso della donna, compreso quello grave della rottura della vertebra motivato diversamente dalla stessa, ed a dare una diversa interpretazione al tutto.

Nel frattempo la vittima aveva trovato il coraggio di avvicinare l’Arma, durante un corso di perfezionamento della nostra lingua strappato a malincuore al marito, e confidare parte delle sue vessazioni.

Da li e grazie ai Carabinieri e all’interessamento del Centro Antiviolenza, si era riusciti a conquistare la fiducia della donna ed a ricevere le complete confessioni delle violenze subite.

Un primo provvedimento emesso dall’Autorità Giudiziaria aveva portato all’allontanamento dell’uomo dalla casa, sottoposto a custodia cautelare in carcere per circa 1 mese e mezzo, e consentito il trasferimento della donna e dei figli in una struttura protetta.

Ora si è arrivati all’ufficialità del divorzio, all’arresto dell’uomo e, soprattutto, ad una diversa aspettativa del futuro per la donna e per i bambini stessi, dopo i lunghi anni che hanno segnato indelebilmente la loro vita.

“Maltrattamenti in famiglia e lesioni personali aggravate provocate alla consorte” è il verdetto finale, non un episodio singolo ma una grave contestualizzazione in un lungo periodo temporale.

Conclude la De Lucchi: “Per le donne è ancora difficile denunciare le violenze famigliari, permane sempre una paura delle conseguenze ed un pudore di base, oltre alla speranza che poi le cose possano cambiare. Queste remore devono finire e tutti gli “attori in campo” impegnati sulla tematica devono ancora di più impegnarsi per responsabilizzare, valutare e fornire, come in questo caso, risposte veloci e protezione sicure. Una corretta rete di protezione esiste e, le Forze dell’Ordine e le Associazioni come “Vittoria” assicurano disponibilità, interesse e professionalità per dare ogni forma di intervento e tutela atti a debellare questa grave forma di incultura che purtroppo ancora permane nel nostro Paese”.

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