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Cinquant'anni del doposcuola di Cassego In evidenza

Come è nato e cosa ha significato, nelle parole dell'ex sindaco della Spezia Giorgio Pagano.

 

Il 4 luglio 1965 don Sandro Lagomarsini, amegliese, diventò parroco di Cassego, nelle montagne della Val di Vara. Iniziò il doposcuola nell’estate del 1968, con l’aiuto di alcuni amici.

“Abbiamo aiutato prima alcuni rimandati a settembre, poi abbiamo preparato i giovani alla licenza media, necessaria per andare a lavorare”, racconta. Il doposcuola, da allora, è stato frequentato -a tempo pieno o solo nel pomeriggio- da alcune centinaia di ragazzi, molti dei quali si sono ritrovati sabato a Cassego per la Festa dei cinquant’anni.

 

“Quelli che fanno i contadini non hanno bisogno di studiare”, diceva una maestra del tempo a Varese Ligure. Anche molti genitori dei ragazzi la pensavano così. Don Sandro, sulla scia dell’esperienza di don Milani a Barbiana, convinse a poco a poco una comunità che era giusto cambiare, restituendo alla scuola il suo ruolo costituzionale di lotta alle diseguaglianze. Sabato c’era anche Mauro, alunno fin dal ‘68: “E’ un’esperienza che ha cambiato la mia vita -racconta- senza la quale non ce l’avrei fatta a trovare un lavoro e a farmi una famiglia”.

Don Sandro lottò per una scuola diversa anche manifestando contro le bocciature nelle elementari: erano in 14 una mattina del 1970 in piazza con i cartelli a Varese, tra lo stupore generale. Mai come in quel periodo la scuola italiana visse un fermento così diffuso sul piano della revisione della pedagogia e dei sistemi di insegnamento. Il doposcuola di Cassego ne fu parte integrante, come dimostrano i servizi giornalistici di allora e i rapporti con intellettuali come Franco Fortini e Mario Lodi, il grande maestro di Piadena.
Don Sandro, al funerale di Lodi, nel 2014, ricordò un episodio del Vangelo che per lui è il modello per il lavoro di ogni educatore. Gesù viene chiamato per guarire una bambina malata, quando arriva lei è già morta, lui pronuncia solo due parole: “Talita, kum!”. Significa semplicemente “Bambina, alzati!”. Ma Gesù ha usato il dialetto della bambina e si è messo talmente in sintonia con la sua realtà profonda da riportarla alla vita.

Come Lodi, don Sandro ha sempre cercato la verità nelle relazioni umane, nella mente e nel cuore dei ragazzi. Da ultimo l’ha fatto con Diarra Ismael, rifugiato del Mali: “Don Sandro mi ha insegnato l’italiano, ma soprattutto mi ha trasmesso la voglia di imparare”, racconta. Ismael ha studiato, oggi lavora nel porto.

Grazie don Sandro, per questi cinquant’anni e per quelli che verranno.


Giorgio Pagano
Cooperante, già Sindaco della Spezia

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