EDITORIALE: Il cielo ai tempi della paura, ricordando l’alluvione del 25 ottobre 2011 In evidenza

Di Gianluca Solinas - È davvero facile, per chi ha vissuto momenti come quelli, sentire nel profondo dell'animo che il cambiamento più evidente che quel giorno maledetto ha lasciato dentro di noi è sicuramente il modo nel quale guardiamo il cielo ogni volta che minaccia pioggia.

Sabato, 24 Ottobre 2015 18:36

Certamente le ferite aperte sono anche altre e, per chi ha perso familiari o amici in quel tragico giorno, il pensiero di rivivere ogni anno il ricordo di quegli eventi, certamente è doloroso e causa di ulteriore sofferenza. Ma il dolore è di tutti, ognuno ha i suoi ricordi e le proprie paure, ognuno ha pensato e pensa che avrebbe potuto toccare a lui perdere la vita o gli affetti in quei momenti drammatici.

Ciò che colpisce, nelle abitudini ormai consolidate della gente, è quanto un trauma come quello sia in grado di modificare i comportamenti radicalmente. Ricordiamo tutti come le tempeste e i forti temporali del passato fossero oggetto di curiosità e non di eccessiva preoccupazione.

Certo i fiumi hanno da sempre creato problemi e a volte anche gravi, ma che l'acqua potesse mettere in ginocchio un territorio cosi vasto come quello che dalla zona di Aulla arriva fino alle Cinque Terre passando per la Val di Vara, era davvero impensabile. Ci dicono che questi fenomeni (purtroppo ormai consueti), sono una diretta conseguenza del cambiamento climatico e del riscaldamento globale. Il problema è che ce lo dicono da almeno trent'anni e nessuno di noi, osservando distratto nel passato, le catastrofi che iniziavano a martoriare territori e paesi lontani e più esposti del nostro, ha mai creduto davvero che cose del genere potessero capitare anche qui. Errore grossolano data soprattutto la cronica fragilità del territorio ligure.

Ora ci ritroviamo a commemorare i nostri morti, la distruzione, le sofferenze. Ma possiamo anche ricordare l'impegno, la collaborazione, la generosità dei molti che hanno aiutato nell'emergenza, come è giusto e doveroso ricordare chi si è tirato su le maniche e, senza attendere che altri lo facessero al suo posto, si è impegnato a ricostruire non solo le abitazioni e le attività commerciali, ma anche e soprattutto il tessuto sociale e umano che, forse proprio a causa della tragedia, si è consolidato ed è stato reso più forte e determinato che mai.

A tutto questo sarebbe dovuto corrispondere un impegno forte, preciso e puntuale delle amministrazioni. Sarebbe, perché questo non sempre è avvenuto e, purtroppo, i risultati si sono visti negli anni successivi, quando l'acqua, il fango, il terrore, si sono impadroniti (in altre zone magari) di Genova, anch'essa colpita pochi giorni dopo di noi, da un evento simile che purtroppo si è ripetuto più volte degli anni.

Orribile pensiero quello che ci tocca da vicino quando i telegiornali offrono immagini di devastazioni simili. La mente torna a quei momenti, e la paura ci rende umanamente deboli. A volte capita di pensare "povera gente, ma meno male che stavolta ce la siamo scampata". Non è egoismo, è la paura che parla dentro di noi.

Vedo negli occhi, specialmente dei più anziani, la preoccupazione, la paura, l'insicurezza che affiora ogni volta che c'è un'allerta meteo, ogni volta che il cielo si fa scuro e le nubi basse, cariche di pioggia, minacciano da lassù. Una volta, fino a cinque anni fa, la pioggia non faceva cosi paura, certo c'era la preoccupazione per il territorio, soggetto da sempre a movimenti franosi, ma ci si preoccupava più per le abbondanti nevicate che mettevano in crisi i trasporti che per eventi alluvionali che consideravamo improbabili. Oggi si guarda il cielo, si leggono gli sms di allerta meteo, e ci si preoccupa anche quando l'allerta non c'è perché si sa che questi eventi, ce lo hanno spiegato tante volte, non sono del tutto prevedibili a causa della conformazione della nostra regione, stretta fra il mare e i monti.

Sulle colpe eventuali si discute e si attende che la magistratura faccia il suo corso, ma nel frattempo ci troviamo con sindaci che per prudenza chiudono importanti arterie di collegamento senza nemmeno una goccia di pioggia, e ci chiediamo come mai fino a poco prima le stesse strade fossero tenute aperte e ora siano chiuse senza che siano sopravvenuti cambiamenti evidenti. Delle due l'una... o erano pericolose anche prima, e allora andavano chiuse, o dovrebbero spiegarci perché sono chiuse adesso senza che nessuno lavori per rimetterle in sesto e senza previsioni di prossima apertura. Come i medici sono portati a cautelarsi nei confronti del paziente per pericolo di cause legali e a volte abusano in esami cautelari e non sempre necessari, cosi anche gli amministratori sembra abbiano deciso che la chiusura e il divieto di transito, siano le uniche misure che possano metterli al riparo da possibili rivalse da parte della popolazione e dalle critiche delle parti avverse politicamente.

Una situazione affrontata come sempre senza un piano preciso, pensando solo al presente e senza la visone di ciò che il nostro territorio meriterebbe in termini di programmazione riguardo al dissesto idrogeologico. Ora poi saltano fuori ricette alquanto bizzarre: per salvaguardare il territorio "bisognerebbe costruire di più". "Ci sono troppi parchi naturali in Liguria". "Il cemento farebbe ripartire l'economia e favorirebbe la manutenzione del territorio".

Mi sovviene un ricordo. Alcuni anni fa, non molti in verità, Marino Fiasella, allora presidente della Provincia spezzina (quando le province c'erano ancora e avevano competenze in merito), disse una frase a mio giudizio molto significativa: "È inutile avere il 70 per cento di terreno boschivo se questo è malato e mal tenuto. Sarebbe meglio averne il 50 per cento in ordine".

Questo certo non significava dare in pasto all'edilizia il nostro territorio, piuttosto rendere appetibile specialmente ai giovani, la strada imprenditoriale legata all'agricoltura moderna, legata al territorio e alle eccellenze che siamo perfettamente in grado di produrre con successo.

Tutti sappiamo che i versanti interessati da movimenti franosi, possono essere controllati meglio se a monte la regimazione delle acque venisse effettuata da ogni proprietario di terreni agricoli. Questo non succede e chi amministra i comuni coinvolti, a mio parere, non si azzarda ad emettere ordinanze che obblighino i suddetti a mantenere in ordine ciò che è di loro competenza perché questo comporterebbe dei costi per i privati e se fai spendere soldi agli elettori, poi i voti te li puoi scordare.

Insomma, per non far pagare il giusto obbligando chi ha un terreno agricolo a mantenerlo in ordine per il bene comune (cosa sacrosanta a mio parere), si accetta che il rischio idrogeologico cresca esponenzialmente per tutta la comunità.
C'è da sperare che possa arrivare il giorno fausto in cui, alzando gli occhi al cielo e guardando le nuvole che si accumulano, si possa tornare a pensare: beh, un po' d'acqua farà bene alle piante.

 

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