"Una brutta esperienza al San Bartolomeo", l'Ordine degli Infermieri risponde alle lamentele In evidenza

L'Ordine risponde punto per punto: "Siamo a totale disposizione, per capire dove possiamo trovare un punto di contatto e di comunicazione"

Mercoledì, 31 Luglio 2019 08:52

Abbiamo letto la nota di questo signore che segnala alcuni episodi di ''cattiva assistenza'' presso una degenza dell'ospedale sarzanese.
Dalla lettura della nota crediamo di capire che si è trattato (perlomeno per quello che ci è dato dedurre a distanza) anche di un problema di comunicazione.

Premesso che auspichiamo che nel frattempo, oltre che sugli organi di stampa, la famiglia sia riuscita a chiarire le situazioni indicate, anche attraverso un colloquio, ad esempio con il coordinatore infermieristico, da parte nostra ci teniamo a fare il punto della situazione, assolutamente senza voler contestare quello che, evidentemente, è legato ad emozioni e stati d'animo evidentemente poco piacevoli da parte di chi ha segnalato, e di questo è ovvio che siamo dispiaciuti.

In ordine di presentazione, diciamo subito che la presenza di muco e secrezioni nella bocca della mamma di questo signore sicuramente, quando viene rilevata da un infermiere, o anche da un oss, prevede un intervento immediato.
Come conferma lo stesso lettore quando scrive che, su sua richiesta una infermiera, definita "gentilissima", è intervenuta.
Vorremmo con serenità ragionare sulla seguente affermazione: !perché devo essere io a chiedere l’intervento dell’infermiere? Perché loro non se ne sono accorti?".
Dunque: in una degenza media nelle nostre strutture ospedaliere si trovano 24 ricoverati; vista la presenza di due infermieri turnisti, e di uno o due oss (quando presenti: la figura di questi operatori di supporto, purtroppo, non è quasi mai prevista nelle 24 ore, salvo poche strutture) diventa difficile pensare a una "assistenza personalizzata", la quale sarebbe la sola in grado di permettere interventi "all'istante".

Intendiamo solo dire che gli infermieri effettuano attività che coinvolgono molto, come la somministrazione della terapia che può durare oltre un'ora, e fanno anche "giri" di ricognizione su eventuali necessità di pazienti non in grado di chiamare per eventuali necessità: ma naturalmente, se sono in due, ed i malati sono 24, diventa complesso essere sempre presenti vicino a tutti contemporaneamente e rispondere in tempo reale a tutti, con un'attesa pari a zero: ci pare, anche in presenza della miglior equipe del mondo, molto complesso.

Mentre è un fatto, e non una opinione, che su segnalazione del lettore la nostra Collega si è subito impegnata nella soluzione del problema.

La questione del'ossigeno e dell'acqua nel "gorgogliatore o umidificatore". La funzione dell'acqua è quella di una umidificazione dell'ossigeno- in corso di ossigenoterapia (O2TH)- che viene inalato dal paziente; ma sono state evidenziate in tante realtà sanitarie del pianeta delle ''colonizzazioni'' dell'acqua di umidificazione.
Di conseguenza l'acqua nell'umidificatore si riserva a situazioni particolari,per lunghi periodi di ossigenoterapia, per prevenire la secchezza delle mucose: quindi -anche in questo caso- non sappiamo con certezza se era necessaria e prevista l'acqua, oppure no: lo dice il lettore, e noi ne prendiamo atto ma non conosciamo la natura di quel trattamento.

Forse, più che discuterne con la badante, in questi casi conviene chiedere all'infermiere se è necessario che l'acqua sia presente, ed attenersi alle indicazioni.
Qui cogliamo l'occasione per dire che una delle due cose "classiche" che i parenti e i familiari fanno spesso, senza condividere col personale, è l'aumento del flusso di ossigeno erogato (l'altra è aumentare la velocità di discesa delle flebo).
Nel primo caso, si può notare in fondo alle "mascherine" dell'ossigenoterapia un raccordo colorato: ebbene, questo raccordo impone una certa quantità di flusso di ossigeno al minuto; ma se un familiare aumenta o abbassa la quantità, praticamente si 'perde'' il valore terapeutico di questa funzione, perchè la percentuale di ossigeno non è più quella stabilita in origine, e anzi l'ossigeno arriva con percentuali ''casuali''.

Idem con la velocità di discesa delle flebo: certi farmaci, disciolti e contenuti nelle flebo stesse, devono durare ''un tot'': alcuni di questi, se scendono troppo velocemente, costituiscono un pericolo potenziale, come quelli ad effetto sulla azione cardiaca. Aumentare perciò di propria iniziativa la velocità dei discesa (dove non esistono sistemi come i gocciolatori di precisione) "per farla finire prima" potenzialmente può creare problemi al malato.
Diciamo questo soltanto per dimostrare che spesso la comunicazione manca anche sul versante di chi assiste i degenti.

Sul fatto che noi tutti si debba, in Sanità, comunicare di più e meglio, siamo d'accordo: rientriamo, ancora una volta, nella questione del tempo a disposizione che purtroppo è scarso, difficile da trovare per ogni singola questione, e lo conferma la terza segnalazione, quella degli infermieri che sono a fare le medicazioni mentre la mamma ha dolore.

Il dono della ubiquità non ce l'ha nessuno; noi non possiamo sapere quale, fra le tante segnalazioni ed emergenze in atto in quella corsia, era più urgente: di certo una risposta al dolore dei malati deve essere pronta e deve essere valida; il farmaco che viene citato nella lettera è un farmaco di grande utilizzo e che ha una corposa e robusta tradizione per sintomatologie dolorose e quindi immaginiamo che, chi lo ha prescritto, lo abbia fatto a ragion veduta: ma naturalmente, come in molti casi con altre terapie, può esserci un effetto limitato o mancato, e compito degli infermieri è anche rilevare l'efficacia dell'azione di questi prodotti.

Premesso che sinceramente ci dispiace che qualcuno ricavi una impressione negativa dalle proprie esperienze con la nostra Sanità, invitiamo tutti a ricordare che non esistono, nonostante sempre più frequenti evidenze contrarie, due schieramenti: di qua i malati, e di là il personale.
Come abbiamo scritto già diversi anni fa in un nostro editoriale sul sito, "siamo tutti nella stessa barca" e dovremmo trovare sempre la via del dialogo costruttivo.

Se questo signore vuole contattarci direttamente, noi siamo a totale disposizione, per capire dove possiamo trovare un punto di contatto e di comunicazione, e -intanto- gli giungano da parte del nostro Ordine i migliori auguri, sinceri e non di circostanza, per la salute della mamma.

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